ri-tratta

portraits from human dignity

take wing

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sono le sei e mezzo del pomeriggio, siamo a quartu e pioviggina; il 31 ci lascia in via brigata sassari: abbastanza distanti da casa di timoty, che abita nei pressi del cimitero.

dato che a cagliari c’era il sole, non abbiamo ombrello. cappuccio tirato sulla fronte, macchina fotografica e taccuini al sicuro, camminiamo in fila silenziosi come indiani.

timoty è un ragazzo nigeriano di 24 anni, in italia da circa due per giocare ad hockey nel cus cagliari: fa il centrocampista. avrebbe preferito giocare a calcio in inghilterra, ma le leggi inglesi, a tutela del talento e dell’identità pedatoria britannica, ammettono solo l’ingresso di calciatori extracomunitari minorenni, o che abbiano giocato almeno una partita nella loro nazionale. dunque timoty si deve accontentare.

non saprei dire come fosse prima del suo arrivo, ma qui la sua vita sociale non è molto attiva. eccetto allenamenti e partite, e tolte le due lezioni settimanali d’italiano al co.sa.s, passa il resto della giornata in casa a guardare la tv e chiacchierare con il suo coinquilino, pure lui nigeriano, che fa il venditore ambulante.

troviamo il portone aperto, e saliamo direttamente al secondo piano. suoniamo al campanello e dopo alcuni secondi timoty viene ad aprirci. la porta da su un secondo ingresso: probabilmente, il padrone di casa ha diviso un vecchio appartamento. a sinistra, vivono timoty e il suo coinquilino. ma giusto davanti a noi c’è un altro ingresso, la cui porta, in questo momento, è totalmente spalancata. dietro il nostro amico, sedute su due sedie molto basse, ci sono due donne di colore. sono praticamente nude e si stanno passando lo smalto sulle unghie dei piedi. non sollevano neppure lo sguardo, non si scompongono, ma continuano placide le loro operazioni di maquillage. dietro di me, sento nicola fremere. anche io, penso, vorrei capire come fare ad intervistarle. ma come? come evitare di offendere e bruciarci?

mettendo per il momento da parte la nostra curiosità, seguiamo timoty fin dentro il soggiorno di una casa minuscola. sulla parete a sinistra dell’entrata, imperiosa, troneggia una tv sony al plasma ultramoderna da 62 pollici. le casse sottostanti sono bose, una delle migliori marche. e la card della pay per view è una sky hd. timoty, che aspetta il ritorno del suo coinquilino per cenare, sta guardando una partita del campionato spagnolo. io, che di certo non sono uno sprovveduto, rimango allibito dalle sue conoscenze. è talmente informato sul calcio a livello planetario che vorrei suggerirgli di scrivere un almanacco. tuttavia, mi fa notare, il calcio non è il suo sport preferito, segue infatti con lo stesso interesse anche tennis, pallavolo, basket, moto, f1 e dio solo sa cos’altro.

mentre il plasma della tv c’illumina, nicola si prepara a scattare. ma lo schermo, ci comunica, rovina l’effetto scenico: è necessario trovare un nuovo contesto, farsi venire una buona idea.

“ho trovato,” dice all’improvviso nicola “e se ci spostassimo nella tua camera da letto?”

timoty non ha nulla in contrario, così lasciamo il soggiorno e la tv accesa e, in ordine, percorriamo due metri.

fuori è tornato un po’ di sole e dalla veneziana filtra una luce sporca e polverosa: la stanza è abbastanza scarna. non ci sono foto, solo due letti.

“non hai foto di quando eri piccolo?” chiede nicola.

“sì, ne ho una” risponde timoty con il suo accento pesante e impastato “è l’unica che mi hanno fatto da bambino”

si avvicina ad un armadio e prende una classica scatola da scarpe da cui tira fuori una dozzina di foto, alcune in bianco e nero, altre a colori.

mentre ce le mostra, ne scarta una molto bella di una bambina.

“tim, quella chi è?”

“questa?” dice impassibile “sai, non è molto importante. è mia sorella morta”

l’indifferenza con cui parla della sorella morta ci colpisce al punto che non riusciamo a dissimulare.

“cazzo” fa nicola “mi spiace!”

“e perché?”

“beh… come perché? tua sorella! morta!”

“bah, da noi è normale che ci sia almeno un fratello o una sorella morti. sapete, credo che una grande differenza tra la cultura africana e quella europea sia il rapporto con la morte. per noi è naturale. per voi no” dice timoty con un sorriso serafico, mentre porge a nicola quell’unica foto della sua infanzia che lo ritrae bambino, con una giacca troppo grande, e il volto e lo sguardo smarriti.

torniamo in strada che è quasi l’una. non ci sono più autobus, così chiamiamo un taxi. mentre aspettiamo, nicola ha un’illuminazione.

“caro, sai cosa manca al nostro progetto?”

“dovremmo viaggiare!” dico come gli avessi letto il pensiero.

“esatto! dovremmo ripercorrere le tratte che fanno i migranti per arrivare fin qui, o per tornare a casa”

ma cos’è casa per un migrante?

Written by ritratta

Dicembre 8, 2009 alle 7:03 pm

come back to the future

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siamo tornati a la maddalena. giusto un anno dopo. è un ritorno all’inizio. con sorprese, ovviamente. l’acqua, usa dire, non è mai la stessa. anzitutto, scopriamo che al posto del centro di aggregazione culturale dove abbiamo cominciato scatti e interviste, son stati trasferiti gli uffici dell’anagrafe. lo sportello è praticamente sulla strada, e la gente, in fila, si confonde con passanti e turisti. non c’è bisogno, fra me e nicola, di parole. riniziamo da qui. dalla scritta stranieri sul cartello dell’anagrafe. mentre io mi metto in fila, nicola si allontana per far qualche foto.

riprendere da qui, da questo posto trasformato, è una buona occasione per verificare e testare tutte le metamorfosi, penso mentre aspetto. e ricordo anche il nervosismo da prima volta di giusto un anno fa. sembrano passate un paio di vite.

nicola torna giusto quando l’impiegata mi saluta.

“buongiorno, lavoriamo per l’università di cagliari e giusto un anno fa, in questa stanza, abbiamo iniziato un progetto su razzismo e migrazione. abbiamo fatto la prima foto-intervista proprio dove ora lei si trova seduta.”

l’impiegata mi stoppa. lei e i suoi colleghi son solo dei semplici impiegati. c’è la legge sulla privacy. per anche anche poche domande, dobbiamo prima ottenere il lasciapassare dal loro dirigente: il dottor mallu.

“bene, dove lo possiamo trovare?”

per raggiungerlo, saliamo delle scalette kafkiane. siamo nei piani alti dell’anagrafe maddalenina. il caposettore dottor mallu è in riunione. mentre attendiamo, un uomo, che non so chi sia, mi parla contento e mi da una pacca sulla spalla. potrebbe essere mio padre, che però è sempre molto parco di effusioni. prende a raccontarmi di quando era studente universitario a cagliari: scienze politiche. ricorda per noi l’università.

“è sempre uguale?” mi chiede, e poi aggiunge “ai miei tempi c’erano pochi luminari e molti coglioni!”

lo guardo, e gli dico: “beh, dipende da quanti pochi fossero, ai suoi tempi, i luminari.”

“eccomi tutto per voi.” ci interrompe la voce di un uomo brizzolato sulla sessantina. è il dottor mallu, che ci cava dall’impaccio di parlare dell’accademia.

entriamo in un ufficio che sa di bugigattolo, e parliamo. dato che lo immagino molto impegnato, vado subito al sodo. gli racconto del progetto che è iniziato qua sotto giusto un anno fa. mentre parlo, fa perennemente di sì con la testa. poi alza il telefono e chiama i suoi dabbasso. le nostre richieste, a quanto pare, sollevano parecchie obiezioni e perplessità: che tipo di domande vogliono farci?

“bah,” risponde il dottor mallu, prima di mettere giù “domande generiche.”

poi torna a noi. ci dice che la maddalena, storicamente, ha conosciuto e conosce una discreta presenza extracomunitaria: rumeni, senegalesi soprattutto. ma anche pakistani, indiani, cingalesi, gente del bangladesh. ah, ovviamente non mancano gli immancabili cinesi e qualche sudamericano – conclude soddisfatto come avesse snocciolato un intero rosario. lo guardo sorpreso e dico “e i nordamericani, no? non sono extracomunitari anche loro a stretto rigor di legge?”

nei suoi occhi, riesco a leggere un frammento di dubbio, come non ci avesse mai pensato prima. poi, riscuotendosi, mi dà ragione e conferma: già a stretto rigor di legge.

comunque, ora sono molti meno, con la chiusura della base militare.

cominciamo a ritroso le scalette, e varchiamo la porta dell’anagrafe. gli impiegati, un uomo e una donna entrambi sulla quarantina, sono visibilmente tesi e infastiditi. l’uomo, poi, guarda nicola e gli dice cosa abbia mai intenzione di fotografare. “guardi” fa nicola “intendiamoci, io se non ho delle liberatorie, non scatto nulla”

“beh, allora qui non scatterai nulla” risponde l’uomo compiaciuto.

io nel frattempo, mentre faccio cenno di sedermi, guardo la donna e le dico che il dottor mallu ci ha dato l’ok.

“se per voi non costituisce un peso, vorremmo solo fare qualche semplice domanda sulla presenza extracomunitaria a la maddalena.”

“beh” fa la donna che si è ulteriormente irrigidita quando ho pronunciato la parola razzismo, “non c’è molto da dire.”

“ah” le rispondo senza terminare di sedermi e rimettendomi del tutto in piedi. “bene, se è così, noi possiamo andare. grazie. arrivederci.”

mentre i nostri piedi sono già in strada, da dentro l’ufficio ci raggiunge la voce della donna: saranno 607, forse 608.

t/asking

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ogni volta che dormiamo, per un paio di lunghi minuti, i nostri occhi fremono sotto le palpebre. il sogno, come il sonno, è fondamentale per l’essere umano. molti si chiedono se gli animali sognino. il delfino, pare, dorme con un emisfero per volta. non facesse così, dormisse come noi, beh… affogherebbe nell’oceano. non sappiamo se sogni. forse lo fanno le scimmie superiori. ma anche questo è dubbio. cosa potrebbe sognare un delfino? e un gorilla? e uno scimpanzé?

secondo me, i miei gatti sognano. rudi, il più piccolo, dopo che si addormenta, si mette pancia in su e, all’improvviso, comincia ad agitare le zampe, si contorce, si allunga. e io mi chiedo sempre cosa sogni quando fa così e a volte, in barba alla ragione, gli domando: rudi, che sogni?

***

ci sono sogni che sai essere sogni.

ci sono sogni che pensi siano realtà.

poi… c’è l’onirico – che non sai mai cos’è.

la coscienza e l’immaginazione, il percetto e la fantasia, in questi casi, si sospendono a vicenda, lasciandoci interdetti – forse addirittura contaminati. non si tratta più, come direbbe aristotele nella sua poetica, di distinguere vero e falso, e verosimile da inverosimile. il nostro principio di realtà muta e semplicemente ci troviamo sospesi sull’orizzonte di un altro mondo, la nostra coscienza espansa sull’abisso della possibilità, ai bordi dell’ universo.

il vero è anche falso, l’inverosimile possibile.

quando sogni così, non ti risvegli mai del tutto. la memoria ti lascia il dubbio. non c’è l’amarezza da sogno interrotto. né la gioia che l’incubo era solo quello, un incubo. semplicemente, una parte di noi, non saprei dire quale, rimane affacciata. come in attesa. non si torna. non si ritorna. si può solo andare con un passo diverso.

se la catarsi dell’incubo anestetizza le nostre paure, se il sogno orgasmico, per qualche momento, ci spalanca alla felicità, allora tanto i bei sogni che gli incubi, per chiamarli in qualche modo, rispondono a degli insoluti. o, per dirla con freud, si può tentare una spiegazione funzionale che razionalizza il fenomeno: i sogni, e gli incubi, sublimano i desideri più reconditi, le ambizioni ed aspirazioni più riposte, le pulsioni più segrete e dolorose.

tuttavia, queste spiegazioni non spiegano l’onirico.

se sogni e incubi danno risposte a domande già poste, forse l’onirico pone nuove domande, trasformandoci.

ma cos’è una domanda?

ci sono sogni e sogni, insomma.

ma c’è anche un sonno senza sogni. pesante. che non ristora, che non drena, né sublima, né purifica. ti lascia esattamente com’eri: senza domande, senza risposte.

***

ho passato gran parte della mia infanzia a sentir mia madre che mi parlava di un uomo chiamato martin luther king. tuttavia io, nato appena sette anni dopo la sua morte, ero troppo piccolo per capire bene chi fosse e cosa volesse.

oggi, che sono un uomo, so che nel 1964 è stato insignito del premio nobel, il più giovane nobel per la pace di sempre. so che era un pastore protestante, un politico, un pacifista, il leader di uno dei più importanti movimenti per i diritti civili. quando ero bambino, dai racconti di mia madre, avevo capito solo che era nero e che questo aveva a che fare col suo assassinio: erano le 18:01 del 4 aprile del 1968, martin luther king aveva appena 39 anni, e, mentre si affacciava al balcone della sua stanza al secondo piano di un hotel di memphis, una sola pallottola, sparata da un fucile di precisione, gli ha trapassato il cranio.

martin luther king aveva un sogno. un sogno semplice, quasi naturale. non saprei dire che tipo di sogno fosse.

forse il suo era solo un sogno giusto. tanto da meritare il silenzio.

bang

***

in un articolo contenuto in la cultura del romanzo, e intitolato dall’oralità alla scrittura, l’antropologo jack goody, esperto di culture orali, scrive: la forma narrativa del caso clinico non si produce spontaneamente, ma viene sollecitata, e di conseguenza creata su misura: si tratta inoltre del prodotto di una società dotata di scrittura e di procedure connesse alla scrittura; essa rappresenta… un assemblaggio di frammenti montati in modo da creare una continuità narrativa che non si presenta mai (o molto di rado) al ricercatore. a noi sembra naturale fornire un compendio narrativo delle nostre vite per un curriculum o per esporlo a un analista, per un diario o un’autobiografia. ma siamo sicuri che sia così per le culture orali?… direi piuttosto che sono io, l’antropologo, lo psicologo, lo storico, a cercare di costruire storie di vita (o storie di altro tipo) a partir dai frammenti di conoscenza che incontro sul mio cammino, o dall’ardua lotta per far sì che l’informatore risponda alle mie domande, articolando dunque per me un discorso che non farebbe in nessun’altra occasione. le storie di tipo biografico non emergono spontaneamente, sono pesantemente costruite. la storia non si limita a riportare i “fatti”, ma fornisce loro una forma narrativa a partire da frammenti di esperienza che si presentano in modo molto differente.

***

“bene” dico alle tante maestre ed all’unico maschio “dato che non ci sono domande, avrei finito. ci vediamo la settimana prossima.”

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face and tales

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“dunque, anna maria, voi di preciso cosa vi aspettate da me?”

trovo sempre difficile rompere il ghiaccio. d’altra parte, mi pare, qui ci sono delle aspettative nei miei confronti: l’antropologo. il lavoro di nicola, infatti, è assai più chiaro. ha uno strumento, la macchina fotografica, e i risultati sono immediati o quasi, questo è uno dei grandi pregi della fotodigitale: se ti porti dietro un computer puoi vedere il raw in tempo reale – scatti, scarichi il file e, il tempo che photoshop lo apra, il raw è visibile. e per la maggior parte delle persone, questo basta e avanza.

ma… e l’antropologo che fa… di preciso, in questo caso?

“allora” esordisco cercando di guardare tutte le maestre e di non escluderne nessuna, neppure l’unico maschio. “mercoledì, il mio collega, nicola, vi ha parlato a grandi linee della nostra idea. in poche parole, vorremmo sensibilizzare il maggior numero di persone possibili al tema del razzismo, che oggi sta tornando in modo sempre più travolgente. abbiamo pensato, inizialmente, di fotografare delle persone mentre ne parlano e di farci una mostra fotografica e, perché no, magari un libro. ad ogni persona fotograficamente rilevante, pensavamo, avremmo associato la frase più significativa scaturita dal dialogo. siamo partiti da la maddalena” mentre lo dico, spero che a nessuno di loro, maschio incluso, salti in mente di chiedermi perché proprio da la maddalena: sarebbe imbarazzante far capire loro che, nonostante quel luogo sia stato scelto per correre dietro ad una donna, il progetto è stato portato avanti con alta serietà scientifica.

“perché da la maddalena?” chiede invece una delle maestre

“beh” dico io dissimulando e incassando “un luogo vale l’altro, no? poi abbiamo capito di non poter battere a tappeto tutta la sardegna, e alla fine ci siamo concentrati su cagliari, anche perché il progetto, nel frattempo, ha subito una trasformazione: secondo noi, il razzismo, oggi, è fortemente legato alla migrazione e dato che non volevamo ricorrere a questionari tipo istat, dovevamo ridurre il raggio della ricerca. più che espanderci come l’edera, abbiamo deciso di fare come quegli alberi che affondano le loro radici nel terreno: quando arriva l’onda, la prima viene strappata via, i secondi, talvolta, resistono. per questa ragione, dopo aver scelto cagliari, abbiamo individuato nel quartiere della marina una delle zone di maggior  interesse. e qui, ovviamente, non poteva sfuggirci l’importanza della vostra realtà. vorremmo che ci aiutaste a creare delle relazioni con la magia dei vostri ragazzi. l’obiettivo è narrare insieme le loro storie. la fotografia è un modo, molto raffinato, di spaziare in queste sfere, cogliendone la schiuma e la scia. mentre parlare e narrare significa porsi il problema di capire. e oggi, mi pare, non ci sono molte cose più importanti della comprensione interculturale reciproca e dell’elaborazione di strategie di contatto e conoscenza.”

mi sento a lezione, non vola una mosca e tutti si aspettano o che li illumini o che dica una fregnaccia per decidere se sono un idiota. dunque, vado avanti.

“narrare le loro storie, narrarle insieme, è anche offrirgli la possibilità di comprendere meglio la nostra cultura. e qui lo scambio comincia a farsi reciproco. la responsabilità condivisa. allo stesso modo, dalle storie dei migranti non possono essere escluse persone come voi, né quest’istituzione: come direbbe bhabha qui ci troviamo in un luogo liminale e marginale per eccellenza. la regione e le amministrazioni locali vi danno scarsi sostegni economici e la maggior parte dei nostri concittadini vi ignora. eppure, secondo me, il compito che vi siete assunti è indispensabile. non siete un’associazione culturale che pratica l’autorazzismo, promuovendo la diversità fino a trasformarla in un brand, in un gadget da vendere o esibire ai bianchi alternativi. siete una associazione che si pone un problema serio e concreto: quello del superamento della barriera linguistica.”

le facce davanti a me sono tese nello sforzo di capire cosa ci sia veramente sotto. dunque, abbandono l’esposizione scientifico-idealista e passo al concreto.

“allora, se voi ci date una mano, permettendoci di seguire le vostre lezioni e di fare delle foto, parlando con le persone che vengono qui, tutti extracomunitari e migranti, alcuni senza passaporto o provenienti dai cpt… beh… direi che al momento della mostra fotografica, il vostro contributo e la vostra cooperazione verranno sottolineati: molte persone che ignorano la vostra esistenza ne verrebbero a conoscenza e magari non vi sarà più così arduo reperire fondi. anche questo” dico con tono conclusivo “è uno scambio ed una richiesta di cooperazione”.

ora che vedono qualcosa di concreto, la maggior parte degli sguardi si distende e comprende. anche io posso essere utile.

“ci sono domande?”

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being there

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mi son sempre chiesto come mai, a nessuno, sia ancora venuto in mente di progettare un software per bloccare, almeno temporaneamente, alcuni contatti telefonici nei cellulari. ci penso spesso. e ogni volta finisco per pensare che sarebbe veramente un serio passo verso il progresso. dovrebbe essere una cosa un po’ paraculesca, del tipo che il tuo cellulare risulta irraggiungibile o spento solo per quella persona o quel gruppo di persone. possibile che nessuno, alla nokia, alla apple o vattelapesca, abbia mai pensato di introdurre una simile innovazione!? altro che i-phone!!

“dimmi, nichi. no, figurati, non mi disturbi affatto. sto solo guidando con la pioggia che mi entra in macchina, un piede congelato e senza calza e sono ancora a circa duecento km da casa, per il resto tutto benissimo. il calzino? poi ti spiego. dimmi, certo, certo. non disturbi affatto, tranquillo, anzi, non vedevo l’ora di ricevere una tua chiamata. allora? com’è andata?”

mentre mi racconta, ancora abbastanza emozionato, l’esito dell’incontro, io prendo appunti mentali. insomma, le maestre non hanno gradito la mia assenza – che nicola ha motivato con improrogabili impegni di lavoro ad olbia. questo però dovrebbe farmi guadagnare punti. e tutte, di conseguenza, sono rimaste appese ad un desiderio espresso e ribadito, una curiosità da maestre: conoscere e capire meglio l’approccio antropologico che intendo dare alla vicenda. ecco, la vecchia questione! cos’è l’antropologia? cosa fa un antropologo?  buona parte del suo lavoro è cercare di rispondere a questo quesito. e così, la maggior parte di noi evita il tema, o abbozza risposte incomprensibili, oppure sorride, o rimane perplessa, sempre fingendo di esser impegnati a far qualcos’altro di estremamente importante. per fortuna ci resta da giocare la carta della ricerca sul campo, quando qualcuno ci mette alle strette e non molla la presa di questa domanda. mentre nicola continua, io mi immagino già a parlare di ricerca sul campo e comprensione del punto di vista dell’altro (in questo caso il migrante razzizzato) dinnanzi al simposio delle maestre del cosas.

“e tu che gli hai detto?”

“niente, caro. gli ho detto che venerdì, cioè dopodomani, saresti andato da solo a spiegare il tuo approccio. io mi son limitato a dir loro che sei una persona di estrema sensibilità e un professionista molto raffinato. ora tocca a te spiegargli cosa ti aspetti da loro e in cosa consiste il lavoro dell’antropologo” chiude nicola con il tono di te l’ho fatta!

tombola. eccomi là, davanti al plotone delle maestre a rispondere all’annosa questione disciplinare: cosa fa un antropologo?

a parte andare sul campo e parlare ormai un gergo incomprensibile?

sì, certo.

beh, finisce per fare della pessima letteratura, salvo rarissimi casi. un vero e proprio minestrone alla quattro salti in padella. i più furbi ci cucinano dentro anche tracce audio, video e, ovviamente, fotografie.

“ok, nico, ora chiudo che devo guidare ancora un bel po’. ci sentiamo domani”

***

in effetti, io penso proprio che questo mestiere appartenga ad una branca molto speciale della letteratura. infatti l’antropologo, come ogni vero scrittore, cerca di inventare nuove forme di narrazione e comprensione: stimolando così l’immaginazione e scheggiando le categorie con cui vediamo il mondo. se per heidegger, almeno alla fine, il filosofo è un poeta, per me l’antropologo deve esser un prosatore. la poesia è una cosa che attiene all’intimo individuale, il romanzo – che può contenere anche delle poesie o esser scritto in rima – per esser tale, deve abbracciare comunità ampie ed uscire dalle strettoie dell’ego. se la poesia parla dall’io all’io, il romanzo fa un cammino diverso, dall’io al noi nei due sensi di marcia. sono definizioni discutibili, certo, ma a quest’ora di notte e con un piede gelato, non mi viene di meglio. filosofi, poeti, romanzieri e antropologi: si tratta di uomini che parlano delle differenti forme della vita. e la vita, in tutte le sue forme, è sensazione, sensibilità, sentimento, emozione. allora, se la mettiamo così, il lavoro dell’antropologo, almeno per come lo intendo io, è quello di cogliere la poesia delle differenti forme culturali di vita, anzi, di carpirne la magia che ne sostanzia l’umanità. e poi trovare strategie testuali e narrative per restituire quello che la ricerca sul campo ha prodotto. per restare nella metafora contadina, l’antropologo non raccoglie sul campo, al limite coglie: segni e segnali di vita.

questo siamo intenzionati a fare nicola ed io: cogliere. perché siamo convinti che anche nelle condizioni più estreme, la vita, e in essa l’umanità, sappia preservare la magia che la distingue dalla non-vita. l’esser-ci, direbbe qualcuno, è sempre speciale.

to be continued

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wet not dry

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non c’è modo di vedere la strada: pioggia a fiotti, mista a grandine. la macchina ha scarso controllo e mi duole la testa, gli occhi ipnotizzati dal tergicristallo.

l’appuntamento è saltato da un pezzo. son le 19, perché rischiare?

meglio fermarsi. aspetto solo di essere in una zona dove radio e telefono abbiano copertura.

spengo il motore, tiro giù il sedile e ascolto il rombo della natura. la macchina è così malmessa che temo possa filtrarci dentro l’acqua che il cielo ci scaglia contro. vedo il mio respiro appannare il vetro, stratificandoci sopra vapore ed umidità. ma non sono veramente spaventato. intanto, a nicola farà bene prendere possesso, anche verbale, del progetto.

se riusciamo, ne verrà fuori un libro corredato da fotografie. forse una mostra. sicuramente una mostra, caro – mi direbbe nicola se sentisse questi miei pensieri. sarebbe il caso di mettere tutto in rete. ecco, questo può essere uno strumento per provare a raggiungere più persone e stabilire con loro un dialogo. potremmo costruire un sito, un blog, una pagina su flickr… e vedere e sentire gli umori. io, di sicuro, devo cambiare modo di scrivere. devo cercare un linguaggio meno raffinato e più aperto. non solo devo farmi capire, ma devo anche abbracciare le fotografie senza soffocarle e, soprattutto, contenere, nel mio, i linguaggi dei nostri intervistati. non tutti parlano un italiano forbito, ad esempio.

la pioggia continua, radiotre m’inonda di musica classica, il mio sigaro evapora nei cerchietti che non sono mai riuscito a fare e il mio cervello pensa a ritratta: obiettivi, stile e rischi. secondo me, il razzismo oggi non può essere scisso dal fenomeno migratorio. certo, la mobilità umana non lo spiega, ma ne costituisce alcune delle principali possibilità di esercizio. basta concentrarsi su un tg per capire ciò di cui sto parlando. ma se analizzare razzismo e migrazione è il nostro cammino, allora quel che ne caveremo, qualunque cosa sia, rientrerà, in qualche modo, nella letteratura e nei prodotti della scienza della migrazione.

questa mi riporta ad abdelmalek sayad, autore de la doppia assenza, e uno dei più grandi esperti di sempre in materia, essendo stato lui stesso un migrante. significativo ed ironico anche che questo lavoro sia stato composto postumo, a partire da una raccolta di articoli e appunti, da uno dei suoi migliori amici: pierre bourdieu.

sayad ammoniva sempre dal rischio di essere coinvolti nella logica normalizzante del committente di questa scienza: lo stato che, nell’affermazione di una propria forma di dominio, ancora legata ai valori ed alle retoriche dello stato-nazione, avrebbe da sempre orientato la scienza della migrazione.

da un lato, le considerazioni circa l’emigrazione e le ragioni che motivano lo spostamento e la mobilitazione di centinaia di migliaia di persone – i migranti, insomma – sarebbero visti sempre e solo dal punto di vista razzizzante di coloro che sono cittadini dello stato che accoglie.

dall’altro, questo punto di vista e questo orientare, avrebbero un doppio intento: classificare il migrante come estraneo e diverso, e spiarlo per sapere come meglio controllarlo, sfruttarlo e disfarsene celermente, se dovesse diventare superfluo o scomodo. di qui, chi aiuta queste persone, questi esseri umani, marchiati e macchiati, si trova in una posizione quantomeno scomoda: rischia di passare per sospetto e trafficante.

l’immagine di me e nicola come sospetti e trafficanti è quasi divertente.

la pioggia è diventata tollerabile. si son fatte le 21. il sigaro ha bruciato per metà e io rischio l’asfissia. non mi rimane che accendere il condizionatore per disappannare il parabrezza e ripartire.

se tutto va bene, sarò a casa prima di mezzanotte.

e invece non va bene nulla, porca puttana. il condizionatore non funziona. esce solo aria gelida! mi devo togliere un calzino, usarlo per asciugare il parabrezza, fare il resto del viaggio con un finestrino semiaperto nella pioggia, per evitare che si appanni di nuovo.

ora sì, penso, che sembro sospetto. sospetto e pronto per l’ospedale psichiatrico.

ci mancava pure il telefono.

chi sarà mai?

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driving in the rain

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è mercoledì. piove. la mia ragazza deve prendere il treno per olbia ed essere ad arzachena entro le 16.30. ci svegliamo relativamente presto. il treno è alle 9.20.

insomma, oggi è il gran giorno. nicola ed io, alle 19, dobbiamo parlare alle maestre della scuola d’italiano per stranieri: lo stato maggiore si riunirà per concederci udienza.

nicola mi ha bombardato di chiamate, ieri. cosa diremo, come faremo, dove andremo.

è nervoso. vuole che parli io. che presenti io. che convinca io.

ma non c’è molto da dire. ancor meno da presentare. e direi che nulla e nessuno da convincere.

o ci si arriva da soli, a capire quanto è importante che questo progetto riesca in modo efficace, oppure meglio perdere subito eventuali fardelli. il progetto è giovane, e non può permettersi pesi, per ora. solo entusiasmo e iniezioni di vitalità.

dunque, si tratta di parlare e dialogare per crescere.

***

“come sarebbe che il treno è già partito??”

mai sentito di treni che partono in anticipo!

e ora che si fa?

ora si fa una seconda colazione. poi facciamo la spesa. e poi partiamo per olbia in macchina. dovrei essere di ritorno per le 19 se partiamo alle 11.

“sicuro? sono circa 600 km…”

“tranquilla”

carichiamo la spesa nel cofano e partiamo. alle 15 in punto siamo ad olbia. nicola mi chiama ogni 30 minuti per avere aggiornamenti.

“oh, mi raccomando” si preoccupa “riparti subito che se no, non arrivi in tempo”

“tranquillo”

“ma sei sicuro di arrivare in tempo?”

“sì” gli rispondo mentre azzanno un trancio di pizza “andando ad una media di 100 km/h in tre ore sono a cagliari. sono le 15, dunque sarò là per le 18 circa”

“ma poi devi cercare parcheggio, e tutto il resto”

“tranquillo, alle 19 sarò là”

***

l’orologio della ka segna le 18.55 e il telefono squilla da circa mezz’ora a intervalli sempre più stretti. evito di rispondere. sono impantanato nel peggior nubifragio della mia vita all’altezza di budoni. procedo a circa trenta km orari, coi fari sparati, le ruote (troppo lisce) che slittano e la cortina d’acqua che si apre con enorme difficoltà. qualche pazzo mi supera e scompare, così com’era apparso, nell’ignoto della 131 bis, ingoiato dal nero di cielo ed asfalto.

“pronto caro” mi fa nicola con la voce stridula e preoccupata “hai parcheggiato? stai arrivando?”

“non direi proprio”

“cioè?”

“sono a più di duecento km da cagliari. poi ti racconto. in bocca al lupo con le maestre.”

“ma..”

“te la caverai benissimo” dico e metto giù.

to be continued

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black skin

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tanti anni fa, appena iniziai gli studi universitari, paola tabet pubblicò un libro, la pelle giusta, nato da un’idea semplice e acuta. in poche parole, le era venuto in mente di indagare su come i bambini di elementari e medie avrebbero affrontato un tema di fantasia. invece di chiedere loro descrivi la tua famiglia, veniva chiesto: se i tuoi genitori fossero neri…

a parte tutte le altre considerazioni (ad esempio, solo pochi bambini si sono dimostrati in grado di pensare che, se i loro genitori fossero neri, anche loro lo sarebbero…), la ricerca, fra le righe, è un vero e proprio j’accuse nei confronti dei meccanismi (familiari, istituzionali e mediatici) con cui il razzismo viene instillato nelle menti dei neo-nati, fino a propagarsi e replicarsi nel corpo sociale. quell’indagine, insomma, ha il notevole pregio di denudare la macchina di questa retorica e di questo acritico consenso, mostrando gli effetti della sua efficacia e della sua pervasività.

dopo un’opportuna analisi teorica, paola tabet lascia la parola ad un campione scelto fra le migliaia di temi scritti, raccolti e analizzati.

se gli effetti sono quelli che emergono dal testo di quella ricerca, verrebbe da chiedersi di che cibo nutriamo la nostra mente. che parole lasciamo entrare nelle teste dei nostri figli? che scenari, che immaginazione permettiamo vengano loro confezionati?

in fondo, c’è una ragione se la tabet scelse come campione i bambini più piccoli: son quelli meno difesi e meno abili a mascherarsi e mascherare. come dire? in bimbo veritas…

i bambini, specie i più piccini, sono i più spietati, i più diretti. insomma, sono lo specchio meno distorto di quel che facciamo. ora, quel testo è stato pubblicato nel 1997, cosa sia accaduto in questi dodici lunghi anni, mi pare, è sotto gli occhi di tutti.

molti anni prima, quando andavo all’asilo, le mie cugine mi avevano convinto che i miei genitori mi avessero adottato, che non ero in realtà figlio di mia madre e mio padre, e che in verità io ero un bambino africano: un negretto! la mia pelle, molto scura, e i miei capelli, ricci e corvini, corroboravano inconfutabilmente le loro confidenze.

il loro racconto era così credibile, e loro me lo raccontarono così bene, che ho finito per crederci per anni. forse questa è la prima volta che ne parlo. per molto tempo, infatti, ho cercato foto di mia madre incinta di me (senza mai trovarne), o, in alternativa, i documenti dell’adozione.

***

“caro” mi dice nicola, mentre scendiamo le scale “ma, secondo te, dove abbiamo sbagliato?”

la conversazione con carlotta, in effetti, non è stata tanto proficua. ma non sempre dobbiamo farci carico dell’isteria altrui.

“non lo so” rispondo.

“perché in qualcosa dobbiamo aver sbagliato” insiste “se le cose sono andate così, non sei d’accordo?”

“non so neppure questo, ci devo pensare”

talvolta, non basta l’amore con cui noi facciamo le cose per suscitarne altrettanto.

to be continued

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how do you do

con un commento

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“salve” dico spostando il mio sguardo sugli occhi della donna “stiamo cercando la presidentessa dell’associazione cosas, la signora anna maria carta. dobbiamo parlare con lei a proposito di un progetto di ricerca sul razzismo, lavoriamo per l’università di cagliari.”

“guardi che qui non si possono fare fotografie” risponde la donna ignorandomi e dirigendo le sue attenzioni sul macchinone che nicola porta appeso al collo.

“immagino” faccio per cavarlo dall’impiccio “che lei non sia l’anna maria con cui ho parlato per proporre una partecipazione al nostro progetto di ricerca.”

evidentemente questa donna, chiunque sia, non ha gradito che io abbia fatto il nome di anna maria carta, ed arguisco subito che, neppure in questo posto di apertura al prossimo, le cose procedano tanto lisce. capita, penso. meglio, dunque, cercare di circumnavigare lo scoglio. però il fatto mi tocca e mi sorprende: proprio qui, queste cose?

“io sono carlotta, ma tutti mi chiamano lotti” dice mentre si siede “di che progetto si tratta? la signora anna maria carta non ci ha detto nulla e oggi non sarà qui.”

nicola sta facendo la sua faccia da mmm annamo bene. bisogna cercare di arginare e proporre. certo i presupposti erano altri. al telefono e per mail avevo incontrato una strada spianata, piena di stimoli e disposizione allo scambio. prima ancora di parlare, sento già che oggi non sarà giornata, ma non posso non provarci.

“comunque trovo molto maleducato entrare in casa d’altri e fotografare senza permesso”

“come scusi?”

“sì, proprio quel che ho detto”

“ma scusi, signora” fa nicola che si è riscosso “le giuro che non ho scattato nulla, vede che l’obiettivo ha il tappo?”

“senta, carlotta” intervengo anche io “forse c’è stato un malinteso e siamo partiti col piede sbagliato. il nostro interesse è di collaborare con voi. stiamo cercando di sviluppare un progetto sui temi di migrazione, diversità e razzismo. abbiamo concentrato il nostro raggio d’azione su cagliari, in particolare sul quartiere della marina, e così siamo arrivati fin qui. quale posto migliore di una scuola che insegna gratuitamente l’italiano agli extracomunitari? al contrario di altri non vogliamo suscitare nessun senso di colpa, nessuna pena. piuttosto cerchiamo la magia. la dignità. il rispetto. forse siamo ingenui, ma cos’altro vale la pena?”

“certo, certo, bellezza ed amore… intanto però dovreste imparare un po’ di educazione.”

tutti la chiamano lotti. nomen omen.

to be continued

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Written by ritratta

Settembre 4, 2009 alle 10:31 am