telling tales
da bambino, sebbene allora mi mancassero le parole per dirlo, ho sempre creduto che ciascuno attorno a me fosse una storia. soprattutto, pensavo che ognuno ne avesse una da raccontare – non necessariamente la sua - e che narrarla equivalesse a dire “eccomi, ci sono”.
ho passato gran parte della mia adolescenza a fare i conti con l’ansia di storie altrui, proponendo in cambio la mia. sbagliavo. nessuno narra la sua storia in uno scambio. non c’è mercato. non ancora almeno.
serve l’occasione, si necessita di spazio. ma quando questa arriva o quello ci si apre dinnanzi, è raro che uno non racconti, anche solo per cedere un poco di peso. comunicare in fondo è condividere, dicono gli esperti, ma condividere, verrebbe da pensare, è crescere.
e quando capita, quando ci sentiamo protetti e sicuri, è raro che qualcuno rinunci.
la mia storia è anche il mio lavoro: narrare le storie che trovo.
***
valeria ha quasi quarant’anni, vive in italia praticamente da sempre.
di suo padre non ci dice molto.
“era un legionario” ci racconta “da guasila, dove è nato, ha finito per essere scaraventato nella guerra di liberazione del vietnam dalla francia, ha disertato, è stato catturato, messo in un campo di concentramento e poi, liberato, è rimasto a vivere là per qualche tempo. è così che ha conosciuto mia madre. ho due sorelle e due fratelli, mia madre è vietnamita. io sono la più piccola.”
quando era ancora piccola, molto piccola, suo padre, d’accordo con sua moglie, ha deciso di chiudere il cerchio: è tornato a guasila, a casa dei genitori. valeria e i suoi fratelli son cresciuti coi cugini.
“hai mai subito delle discriminazioni?” le chiedo a bruciapelo.
la mia domanda la sorprende, non se l’aspettava: nonostante i tratti orientali, si sente italiana.
“per cosa?” risponde
“beh, discriminazioni razziali, intendevo…”
“no, certo che no” si stizzisce, poi riflette e aggiunge “non in italia, almeno. mi è capitato di subirne a londra. sai volevo imparare l’inglese e allora mi sono trasferita a vivere là e ho trovato lavoro in un albergo. il lavoro mi piaceva, ma il resto meno, così, imparato l’inglese, sono tornata a casa.”
mentre parla, sottolineo la parola casa: per lei qui è casa, penso.
a discriminarla erano gli arabi, per lo più.
nulla di nuovo sotto al sole: è la guerra tra i più poveri, come sempre.
valeria ha un diploma universitario – è un’informatica – e ora, a parte il lavoro, si è iscritta in scienze politiche.
“cosa ricordi della tua vita in vietnam?”
non ricorda molto, eppure, l’anno scorso, è tornata anche lei alle origini, a quelle sue radici sospese, come un rampicante. è andata per accompagnare sua madre, ormai avanti con gli anni, e a trovare i suoi parenti.
e là si sentiva europea.
il sole cala e nicola, profittando delle luci del bar, comincia a scattare.
il clima si fa di colpo più disteso, e valeria, poco a poco, si apre.
“dunque, sei nata in vietnam, ma poi vi siete trasferiti a guasila e ora vivi a cagliari, un paio di appartamenti sopra tua madre, nello stesso palazzo. come mai?”
il paese, ad un certo punto, ha cominciato ad andar stretto.
“perché?”
“c’era di mezzo anche il lavoro, mia madre lavorava a cagliari.”
quell’anche mi sembra una porta interessante da varcare.
“una donna vietnamita a guasila non doveva essere proprio normale, negli anni settanta?” dico, cercando di aprire senza fare rumore.
“in effetti, mia zia, la sorella di mio padre, non vedeva tanto di buon occhio mia madre, era molto dura con lei. e anche con noi, ci trattava un po’ come fossimo stranieri.”
oggi valeria è un’impiegata amministrativa che lavora con contratti a progetto.
take wing
sono le sei e mezzo del pomeriggio, siamo a quartu e pioviggina; il 31 ci lascia in via brigata sassari: abbastanza distanti da casa di timoty, che abita nei pressi del cimitero.
dato che a cagliari c’era il sole, non abbiamo ombrello. cappuccio tirato sulla fronte, macchina fotografica e taccuini al sicuro, camminiamo in fila silenziosi come indiani.
timoty è un ragazzo nigeriano di 24 anni, in italia da circa due per giocare ad hockey nel cus cagliari: fa il centrocampista. avrebbe preferito giocare a calcio in inghilterra, ma le leggi inglesi, a tutela del talento e dell’identità pedatoria britannica, ammettono solo l’ingresso di calciatori extracomunitari minorenni, o che abbiano giocato almeno una partita nella loro nazionale. dunque timoty si deve accontentare.
non saprei dire come fosse prima del suo arrivo, ma qui la sua vita sociale non è molto attiva. eccetto allenamenti e partite, e tolte le due lezioni settimanali d’italiano al co.sa.s, passa il resto della giornata in casa a guardare la tv e chiacchierare con il suo coinquilino, pure lui nigeriano, che fa il venditore ambulante.
troviamo il portone aperto, e saliamo direttamente al secondo piano. suoniamo al campanello e dopo alcuni secondi timoty viene ad aprirci. la porta da su un secondo ingresso: probabilmente, il padrone di casa ha diviso un vecchio appartamento. a sinistra, vivono timoty e il suo coinquilino. ma giusto davanti a noi c’è un altro ingresso, la cui porta, in questo momento, è totalmente spalancata. dietro il nostro amico, sedute su due sedie molto basse, ci sono due donne di colore. sono praticamente nude e si stanno passando lo smalto sulle unghie dei piedi. non sollevano neppure lo sguardo, non si scompongono, ma continuano placide le loro operazioni di maquillage. dietro di me, sento nicola fremere. anche io, penso, vorrei capire come fare ad intervistarle. ma come? come evitare di offendere e bruciarci?
mettendo per il momento da parte la nostra curiosità, seguiamo timoty fin dentro il soggiorno di una casa minuscola. sulla parete a sinistra dell’entrata, imperiosa, troneggia una tv sony al plasma ultramoderna da 62 pollici. le casse sottostanti sono bose, una delle migliori marche. e la card della pay per view è una sky hd. timoty, che aspetta il ritorno del suo coinquilino per cenare, sta guardando una partita del campionato spagnolo. io, che di certo non sono uno sprovveduto, rimango allibito dalle sue conoscenze. è talmente informato sul calcio a livello planetario che vorrei suggerirgli di scrivere un almanacco. tuttavia, mi fa notare, il calcio non è il suo sport preferito, segue infatti con lo stesso interesse anche tennis, pallavolo, basket, moto, f1 e dio solo sa cos’altro.
mentre il plasma della tv c’illumina, nicola si prepara a scattare. ma lo schermo, ci comunica, rovina l’effetto scenico: è necessario trovare un nuovo contesto, farsi venire una buona idea.
“ho trovato,” dice all’improvviso nicola “e se ci spostassimo nella tua camera da letto?”
timoty non ha nulla in contrario, così lasciamo il soggiorno e la tv accesa e, in ordine, percorriamo due metri.
fuori è tornato un po’ di sole e dalla veneziana filtra una luce sporca e polverosa: la stanza è abbastanza scarna. non ci sono foto, solo due letti.
“non hai foto di quando eri piccolo?” chiede nicola.
“sì, ne ho una” risponde timoty con il suo accento pesante e impastato “è l’unica che mi hanno fatto da bambino”
si avvicina ad un armadio e prende una classica scatola da scarpe da cui tira fuori una dozzina di foto, alcune in bianco e nero, altre a colori.
mentre ce le mostra, ne scarta una molto bella di una bambina.
“tim, quella chi è?”
“questa?” dice impassibile “sai, non è molto importante. è mia sorella morta”
l’indifferenza con cui parla della sorella morta ci colpisce al punto che non riusciamo a dissimulare.
“cazzo” fa nicola “mi spiace!”
“e perché?”
“beh… come perché? tua sorella! morta!”
“bah, da noi è normale che ci sia almeno un fratello o una sorella morti. sapete, credo che una grande differenza tra la cultura africana e quella europea sia il rapporto con la morte. per noi è naturale. per voi no” dice timoty con un sorriso serafico, mentre porge a nicola quell’unica foto della sua infanzia che lo ritrae bambino, con una giacca troppo grande, e il volto e lo sguardo smarriti.
torniamo in strada che è quasi l’una. non ci sono più autobus, così chiamiamo un taxi. mentre aspettiamo, nicola ha un’illuminazione.
“caro, sai cosa manca al nostro progetto?”
“dovremmo viaggiare!” dico come gli avessi letto il pensiero.
“esatto! dovremmo ripercorrere le tratte che fanno i migranti per arrivare fin qui, o per tornare a casa”
ma cos’è casa per un migrante?
driving in the rain
è mercoledì. piove. la mia ragazza deve prendere il treno per olbia ed essere ad arzachena entro le 16.30. ci svegliamo relativamente presto. il treno è alle 9.20.
insomma, oggi è il gran giorno. nicola ed io, alle 19, dobbiamo parlare alle maestre della scuola d’italiano per stranieri: lo stato maggiore si riunirà per concederci udienza.
nicola mi ha bombardato di chiamate, ieri. cosa diremo, come faremo, dove andremo.
è nervoso. vuole che parli io. che presenti io. che convinca io.
ma non c’è molto da dire. ancor meno da presentare. e direi che nulla e nessuno da convincere.
o ci si arriva da soli, a capire quanto è importante che questo progetto riesca in modo efficace, oppure meglio perdere subito eventuali fardelli. il progetto è giovane, e non può permettersi pesi, per ora. solo entusiasmo e iniezioni di vitalità.
dunque, si tratta di parlare e dialogare per crescere.
***
“come sarebbe che il treno è già partito??”
mai sentito di treni che partono in anticipo!
e ora che si fa?
ora si fa una seconda colazione. poi facciamo la spesa. e poi partiamo per olbia in macchina. dovrei essere di ritorno per le 19 se partiamo alle 11.
“sicuro? sono circa 600 km…”
“tranquilla”
carichiamo la spesa nel cofano e partiamo. alle 15 in punto siamo ad olbia. nicola mi chiama ogni 30 minuti per avere aggiornamenti.
“oh, mi raccomando” si preoccupa “riparti subito che se no, non arrivi in tempo”
“tranquillo”
“ma sei sicuro di arrivare in tempo?”
“sì” gli rispondo mentre azzanno un trancio di pizza “andando ad una media di 100 km/h in tre ore sono a cagliari. sono le 15, dunque sarò là per le 18 circa”
“ma poi devi cercare parcheggio, e tutto il resto”
“tranquillo, alle 19 sarò là”
***
l’orologio della ka segna le 18.55 e il telefono squilla da circa mezz’ora a intervalli sempre più stretti. evito di rispondere. sono impantanato nel peggior nubifragio della mia vita all’altezza di budoni. procedo a circa trenta km orari, coi fari sparati, le ruote (troppo lisce) che slittano e la cortina d’acqua che si apre con enorme difficoltà. qualche pazzo mi supera e scompare, così com’era apparso, nell’ignoto della 131 bis, ingoiato dal nero di cielo ed asfalto.
“pronto caro” mi fa nicola con la voce stridula e preoccupata “hai parcheggiato? stai arrivando?”
“non direi proprio”
“cioè?”
“sono a più di duecento km da cagliari. poi ti racconto. in bocca al lupo con le maestre.”
“ma..”
“te la caverai benissimo” dico e metto giù.
worries
non saprei trovare una risposta, non una soddisfacente almeno, a quel che ci è successo oggi. sicuramente siamo stati incauti. forse anche un pò ingenui.
“perché ingenui?” mi chiede nicola, al quale non basta mai una sola risposta.
“beh” dico a lui per chiarire anche a me “ingenui nel senso che abbiamo dato per scontate molte cose. ad esempio, che bastasse venire qui con la nostra buona volontà per trovare disponibilità, mentre la nostra sola presenza distorce gli equilibri sui quali si reggono le dinamiche di questa scuola.”
allontanandoci, la rabbia nei confronti di carlotta, chiunque ella sia e quali che siano le ragioni profonde del suo comportamento, comincia a stemperarsi, lasciando spazio ad un’ampia gamma di riflessioni.
***
“parlo col dottor carlotti?”
“un attimo che sto parcheggiando” rispondo senza aver capito bene con chi sto parlando
“…”
“eccomi, chi parla?”
“buongiorno, sono anna maria carta, ho saputo che ieri avete avuto un incontro, come dire? non proprio sereno, con la mia collega. ma cosa è successo?”
racconto ad anna maria la mia versione, e lei, per fortuna, mi rassicura. il progetto andrà avanti.
***
“e cosa ti ha detto?”
“niente, che capisce l’incidente, e che è dispiaciuta. ma che non ci sono vere ragioni per non procedere con la collaborazione”
“dunque, per quando abbiamo appuntamento?”
“per mercoledì prossimo, di pomeriggio. vuole che esponiamo il progetto davanti a tutto il corpo docente.”
“bene, no?”
black skin
tanti anni fa, appena iniziai gli studi universitari, paola tabet pubblicò un libro, la pelle giusta, nato da un’idea semplice e acuta. in poche parole, le era venuto in mente di indagare su come i bambini di elementari e medie avrebbero affrontato un tema di fantasia. invece di chiedere loro descrivi la tua famiglia, veniva chiesto: se i tuoi genitori fossero neri…
a parte tutte le altre considerazioni (ad esempio, solo pochi bambini si sono dimostrati in grado di pensare che, se i loro genitori fossero neri, anche loro lo sarebbero…), la ricerca, fra le righe, è un vero e proprio j’accuse nei confronti dei meccanismi (familiari, istituzionali e mediatici) con cui il razzismo viene instillato nelle menti dei neo-nati, fino a propagarsi e replicarsi nel corpo sociale. quell’indagine, insomma, ha il notevole pregio di denudare la macchina di questa retorica e di questo acritico consenso, mostrando gli effetti della sua efficacia e della sua pervasività.
dopo un’opportuna analisi teorica, paola tabet lascia la parola ad un campione scelto fra le migliaia di temi scritti, raccolti e analizzati.
se gli effetti sono quelli che emergono dal testo di quella ricerca, verrebbe da chiedersi di che cibo nutriamo la nostra mente. che parole lasciamo entrare nelle teste dei nostri figli? che scenari, che immaginazione permettiamo vengano loro confezionati?
in fondo, c’è una ragione se la tabet scelse come campione i bambini più piccoli: son quelli meno difesi e meno abili a mascherarsi e mascherare. come dire? in bimbo veritas…
i bambini, specie i più piccini, sono i più spietati, i più diretti. insomma, sono lo specchio meno distorto di quel che facciamo. ora, quel testo è stato pubblicato nel 1997, cosa sia accaduto in questi dodici lunghi anni, mi pare, è sotto gli occhi di tutti.
molti anni prima, quando andavo all’asilo, le mie cugine mi avevano convinto che i miei genitori mi avessero adottato, che non ero in realtà figlio di mia madre e mio padre, e che in verità io ero un bambino africano: un negretto! la mia pelle, molto scura, e i miei capelli, ricci e corvini, corroboravano inconfutabilmente le loro confidenze.
il loro racconto era così credibile, e loro me lo raccontarono così bene, che ho finito per crederci per anni. forse questa è la prima volta che ne parlo. per molto tempo, infatti, ho cercato foto di mia madre incinta di me (senza mai trovarne), o, in alternativa, i documenti dell’adozione.
***
“caro” mi dice nicola, mentre scendiamo le scale “ma, secondo te, dove abbiamo sbagliato?”
la conversazione con carlotta, in effetti, non è stata tanto proficua. ma non sempre dobbiamo farci carico dell’isteria altrui.
“non lo so” rispondo.
“perché in qualcosa dobbiamo aver sbagliato” insiste “se le cose sono andate così, non sei d’accordo?”
“non so neppure questo, ci devo pensare”
talvolta, non basta l’amore con cui noi facciamo le cose per suscitarne altrettanto.