take wing
sono le sei e mezzo del pomeriggio, siamo a quartu e pioviggina; il 31 ci lascia in via brigata sassari: abbastanza distanti da casa di timoty, che abita nei pressi del cimitero.
dato che a cagliari c’era il sole, non abbiamo ombrello. cappuccio tirato sulla fronte, macchina fotografica e taccuini al sicuro, camminiamo in fila silenziosi come indiani.
timoty è un ragazzo nigeriano di 24 anni, in italia da circa due per giocare ad hockey nel cus cagliari: fa il centrocampista. avrebbe preferito giocare a calcio in inghilterra, ma le leggi inglesi, a tutela del talento e dell’identità pedatoria britannica, ammettono solo l’ingresso di calciatori extracomunitari minorenni, o che abbiano giocato almeno una partita nella loro nazionale. dunque timoty si deve accontentare.
non saprei dire come fosse prima del suo arrivo, ma qui la sua vita sociale non è molto attiva. eccetto allenamenti e partite, e tolte le due lezioni settimanali d’italiano al co.sa.s, passa il resto della giornata in casa a guardare la tv e chiacchierare con il suo coinquilino, pure lui nigeriano, che fa il venditore ambulante.
troviamo il portone aperto, e saliamo direttamente al secondo piano. suoniamo al campanello e dopo alcuni secondi timoty viene ad aprirci. la porta da su un secondo ingresso: probabilmente, il padrone di casa ha diviso un vecchio appartamento. a sinistra, vivono timoty e il suo coinquilino. ma giusto davanti a noi c’è un altro ingresso, la cui porta, in questo momento, è totalmente spalancata. dietro il nostro amico, sedute su due sedie molto basse, ci sono due donne di colore. sono praticamente nude e si stanno passando lo smalto sulle unghie dei piedi. non sollevano neppure lo sguardo, non si scompongono, ma continuano placide le loro operazioni di maquillage. dietro di me, sento nicola fremere. anche io, penso, vorrei capire come fare ad intervistarle. ma come? come evitare di offendere e bruciarci?
mettendo per il momento da parte la nostra curiosità, seguiamo timoty fin dentro il soggiorno di una casa minuscola. sulla parete a sinistra dell’entrata, imperiosa, troneggia una tv sony al plasma ultramoderna da 62 pollici. le casse sottostanti sono bose, una delle migliori marche. e la card della pay per view è una sky hd. timoty, che aspetta il ritorno del suo coinquilino per cenare, sta guardando una partita del campionato spagnolo. io, che di certo non sono uno sprovveduto, rimango allibito dalle sue conoscenze. è talmente informato sul calcio a livello planetario che vorrei suggerirgli di scrivere un almanacco. tuttavia, mi fa notare, il calcio non è il suo sport preferito, segue infatti con lo stesso interesse anche tennis, pallavolo, basket, moto, f1 e dio solo sa cos’altro.
mentre il plasma della tv c’illumina, nicola si prepara a scattare. ma lo schermo, ci comunica, rovina l’effetto scenico: è necessario trovare un nuovo contesto, farsi venire una buona idea.
“ho trovato,” dice all’improvviso nicola “e se ci spostassimo nella tua camera da letto?”
timoty non ha nulla in contrario, così lasciamo il soggiorno e la tv accesa e, in ordine, percorriamo due metri.
fuori è tornato un po’ di sole e dalla veneziana filtra una luce sporca e polverosa: la stanza è abbastanza scarna. non ci sono foto, solo due letti.
“non hai foto di quando eri piccolo?” chiede nicola.
“sì, ne ho una” risponde timoty con il suo accento pesante e impastato “è l’unica che mi hanno fatto da bambino”
si avvicina ad un armadio e prende una classica scatola da scarpe da cui tira fuori una dozzina di foto, alcune in bianco e nero, altre a colori.
mentre ce le mostra, ne scarta una molto bella di una bambina.
“tim, quella chi è?”
“questa?” dice impassibile “sai, non è molto importante. è mia sorella morta”
l’indifferenza con cui parla della sorella morta ci colpisce al punto che non riusciamo a dissimulare.
“cazzo” fa nicola “mi spiace!”
“e perché?”
“beh… come perché? tua sorella! morta!”
“bah, da noi è normale che ci sia almeno un fratello o una sorella morti. sapete, credo che una grande differenza tra la cultura africana e quella europea sia il rapporto con la morte. per noi è naturale. per voi no” dice timoty con un sorriso serafico, mentre porge a nicola quell’unica foto della sua infanzia che lo ritrae bambino, con una giacca troppo grande, e il volto e lo sguardo smarriti.
torniamo in strada che è quasi l’una. non ci sono più autobus, così chiamiamo un taxi. mentre aspettiamo, nicola ha un’illuminazione.
“caro, sai cosa manca al nostro progetto?”
“dovremmo viaggiare!” dico come gli avessi letto il pensiero.
“esatto! dovremmo ripercorrere le tratte che fanno i migranti per arrivare fin qui, o per tornare a casa”
ma cos’è casa per un migrante?
driving in the rain
è mercoledì. piove. la mia ragazza deve prendere il treno per olbia ed essere ad arzachena entro le 16.30. ci svegliamo relativamente presto. il treno è alle 9.20.
insomma, oggi è il gran giorno. nicola ed io, alle 19, dobbiamo parlare alle maestre della scuola d’italiano per stranieri: lo stato maggiore si riunirà per concederci udienza.
nicola mi ha bombardato di chiamate, ieri. cosa diremo, come faremo, dove andremo.
è nervoso. vuole che parli io. che presenti io. che convinca io.
ma non c’è molto da dire. ancor meno da presentare. e direi che nulla e nessuno da convincere.
o ci si arriva da soli, a capire quanto è importante che questo progetto riesca in modo efficace, oppure meglio perdere subito eventuali fardelli. il progetto è giovane, e non può permettersi pesi, per ora. solo entusiasmo e iniezioni di vitalità.
dunque, si tratta di parlare e dialogare per crescere.
***
“come sarebbe che il treno è già partito??”
mai sentito di treni che partono in anticipo!
e ora che si fa?
ora si fa una seconda colazione. poi facciamo la spesa. e poi partiamo per olbia in macchina. dovrei essere di ritorno per le 19 se partiamo alle 11.
“sicuro? sono circa 600 km…”
“tranquilla”
carichiamo la spesa nel cofano e partiamo. alle 15 in punto siamo ad olbia. nicola mi chiama ogni 30 minuti per avere aggiornamenti.
“oh, mi raccomando” si preoccupa “riparti subito che se no, non arrivi in tempo”
“tranquillo”
“ma sei sicuro di arrivare in tempo?”
“sì” gli rispondo mentre azzanno un trancio di pizza “andando ad una media di 100 km/h in tre ore sono a cagliari. sono le 15, dunque sarò là per le 18 circa”
“ma poi devi cercare parcheggio, e tutto il resto”
“tranquillo, alle 19 sarò là”
***
l’orologio della ka segna le 18.55 e il telefono squilla da circa mezz’ora a intervalli sempre più stretti. evito di rispondere. sono impantanato nel peggior nubifragio della mia vita all’altezza di budoni. procedo a circa trenta km orari, coi fari sparati, le ruote (troppo lisce) che slittano e la cortina d’acqua che si apre con enorme difficoltà. qualche pazzo mi supera e scompare, così com’era apparso, nell’ignoto della 131 bis, ingoiato dal nero di cielo ed asfalto.
“pronto caro” mi fa nicola con la voce stridula e preoccupata “hai parcheggiato? stai arrivando?”
“non direi proprio”
“cioè?”
“sono a più di duecento km da cagliari. poi ti racconto. in bocca al lupo con le maestre.”
“ma..”
“te la caverai benissimo” dico e metto giù.
worries
non saprei trovare una risposta, non una soddisfacente almeno, a quel che ci è successo oggi. sicuramente siamo stati incauti. forse anche un pò ingenui.
“perché ingenui?” mi chiede nicola, al quale non basta mai una sola risposta.
“beh” dico a lui per chiarire anche a me “ingenui nel senso che abbiamo dato per scontate molte cose. ad esempio, che bastasse venire qui con la nostra buona volontà per trovare disponibilità, mentre la nostra sola presenza distorce gli equilibri sui quali si reggono le dinamiche di questa scuola.”
allontanandoci, la rabbia nei confronti di carlotta, chiunque ella sia e quali che siano le ragioni profonde del suo comportamento, comincia a stemperarsi, lasciando spazio ad un’ampia gamma di riflessioni.
***
“parlo col dottor carlotti?”
“un attimo che sto parcheggiando” rispondo senza aver capito bene con chi sto parlando
“…”
“eccomi, chi parla?”
“buongiorno, sono anna maria carta, ho saputo che ieri avete avuto un incontro, come dire? non proprio sereno, con la mia collega. ma cosa è successo?”
racconto ad anna maria la mia versione, e lei, per fortuna, mi rassicura. il progetto andrà avanti.
***
“e cosa ti ha detto?”
“niente, che capisce l’incidente, e che è dispiaciuta. ma che non ci sono vere ragioni per non procedere con la collaborazione”
“dunque, per quando abbiamo appuntamento?”
“per mercoledì prossimo, di pomeriggio. vuole che esponiamo il progetto davanti a tutto il corpo docente.”
“bene, no?”
black skin
tanti anni fa, appena iniziai gli studi universitari, paola tabet pubblicò un libro, la pelle giusta, nato da un’idea semplice e acuta. in poche parole, le era venuto in mente di indagare su come i bambini di elementari e medie avrebbero affrontato un tema di fantasia. invece di chiedere loro descrivi la tua famiglia, veniva chiesto: se i tuoi genitori fossero neri…
a parte tutte le altre considerazioni (ad esempio, solo pochi bambini si sono dimostrati in grado di pensare che, se i loro genitori fossero neri, anche loro lo sarebbero…), la ricerca, fra le righe, è un vero e proprio j’accuse nei confronti dei meccanismi (familiari, istituzionali e mediatici) con cui il razzismo viene instillato nelle menti dei neo-nati, fino a propagarsi e replicarsi nel corpo sociale. quell’indagine, insomma, ha il notevole pregio di denudare la macchina di questa retorica e di questo acritico consenso, mostrando gli effetti della sua efficacia e della sua pervasività.
dopo un’opportuna analisi teorica, paola tabet lascia la parola ad un campione scelto fra le migliaia di temi scritti, raccolti e analizzati.
se gli effetti sono quelli che emergono dal testo di quella ricerca, verrebbe da chiedersi di che cibo nutriamo la nostra mente. che parole lasciamo entrare nelle teste dei nostri figli? che scenari, che immaginazione permettiamo vengano loro confezionati?
in fondo, c’è una ragione se la tabet scelse come campione i bambini più piccoli: son quelli meno difesi e meno abili a mascherarsi e mascherare. come dire? in bimbo veritas…
i bambini, specie i più piccini, sono i più spietati, i più diretti. insomma, sono lo specchio meno distorto di quel che facciamo. ora, quel testo è stato pubblicato nel 1997, cosa sia accaduto in questi dodici lunghi anni, mi pare, è sotto gli occhi di tutti.
molti anni prima, quando andavo all’asilo, le mie cugine mi avevano convinto che i miei genitori mi avessero adottato, che non ero in realtà figlio di mia madre e mio padre, e che in verità io ero un bambino africano: un negretto! la mia pelle, molto scura, e i miei capelli, ricci e corvini, corroboravano inconfutabilmente le loro confidenze.
il loro racconto era così credibile, e loro me lo raccontarono così bene, che ho finito per crederci per anni. forse questa è la prima volta che ne parlo. per molto tempo, infatti, ho cercato foto di mia madre incinta di me (senza mai trovarne), o, in alternativa, i documenti dell’adozione.
***
“caro” mi dice nicola, mentre scendiamo le scale “ma, secondo te, dove abbiamo sbagliato?”
la conversazione con carlotta, in effetti, non è stata tanto proficua. ma non sempre dobbiamo farci carico dell’isteria altrui.
“non lo so” rispondo.
“perché in qualcosa dobbiamo aver sbagliato” insiste “se le cose sono andate così, non sei d’accordo?”
“non so neppure questo, ci devo pensare”
talvolta, non basta l’amore con cui noi facciamo le cose per suscitarne altrettanto.
how do you do
“salve” dico spostando il mio sguardo sugli occhi della donna “stiamo cercando la presidentessa dell’associazione cosas, la signora anna maria carta. dobbiamo parlare con lei a proposito di un progetto di ricerca sul razzismo, lavoriamo per l’università di cagliari.”
“guardi che qui non si possono fare fotografie” risponde la donna ignorandomi e dirigendo le sue attenzioni sul macchinone che nicola porta appeso al collo.
“immagino” faccio per cavarlo dall’impiccio “che lei non sia l’anna maria con cui ho parlato per proporre una partecipazione al nostro progetto di ricerca.”
evidentemente questa donna, chiunque sia, non ha gradito che io abbia fatto il nome di anna maria carta, ed arguisco subito che, neppure in questo posto di apertura al prossimo, le cose procedano tanto lisce. capita, penso. meglio, dunque, cercare di circumnavigare lo scoglio. però il fatto mi tocca e mi sorprende: proprio qui, queste cose?
“io sono carlotta, ma tutti mi chiamano lotti” dice mentre si siede “di che progetto si tratta? la signora anna maria carta non ci ha detto nulla e oggi non sarà qui.”
nicola sta facendo la sua faccia da mmm annamo bene. bisogna cercare di arginare e proporre. certo i presupposti erano altri. al telefono e per mail avevo incontrato una strada spianata, piena di stimoli e disposizione allo scambio. prima ancora di parlare, sento già che oggi non sarà giornata, ma non posso non provarci.
“comunque trovo molto maleducato entrare in casa d’altri e fotografare senza permesso”
“come scusi?”
“sì, proprio quel che ho detto”
“ma scusi, signora” fa nicola che si è riscosso “le giuro che non ho scattato nulla, vede che l’obiettivo ha il tappo?”
“senta, carlotta” intervengo anche io “forse c’è stato un malinteso e siamo partiti col piede sbagliato. il nostro interesse è di collaborare con voi. stiamo cercando di sviluppare un progetto sui temi di migrazione, diversità e razzismo. abbiamo concentrato il nostro raggio d’azione su cagliari, in particolare sul quartiere della marina, e così siamo arrivati fin qui. quale posto migliore di una scuola che insegna gratuitamente l’italiano agli extracomunitari? al contrario di altri non vogliamo suscitare nessun senso di colpa, nessuna pena. piuttosto cerchiamo la magia. la dignità. il rispetto. forse siamo ingenui, ma cos’altro vale la pena?”
“certo, certo, bellezza ed amore… intanto però dovreste imparare un po’ di educazione.”
tutti la chiamano lotti. nomen omen.