Archive for Giugno 2009
racism and true-ness
il razzismo non è così vecchio come si potrebbe pensare, e sopratutto non si basa sulla mera descrizione oggettiva di un chiaro fenomeno naturale.
quando è nato, figlio dell’elan di linneo di classificare e ordinare gerarchicamente tutto il creato, era ben lungi dal conoscere e fomentare tutti i disordini, le discriminazioni e le atrocità che ha suscitato o giustificato negli ultimi tre secoli.
linneo, fedele tanto al libro della genesi quanto ad aristotele, era convinto che l’universo naturale fosse stato creato da dio per servire l’uomo. da qui la sua idea di classificare sistemicamente e gerarchicamente la natura, con l’uomo in cima alla piramide. ma cosa avrebbe comportato la distinzione in classi di appartenenza diverse della specie umana? se l’umanità, infatti, è distinta (o distinguibile) in differenti razze, ciascuna riconoscibile in base a caratteri morfologici propri, queste razze come si relazionano fra loro? ogni uomo è, come recita la bibbia, fatto a immagine e somiglianza di dio, oppure alcune razze son passate attraverso una degenerazione che le ha inferiorizzate?
il gotha intellettuale eurocentrico, in particolar modo quello legato alla chiesa, ha avuto il suo bel daffare per districare una simile matassa.
una confusione fondamentale, legata alla cacciata dall’eden e alla conseguente caduta in disgrazia dell’umanità, apriva infatti un duplice scenario. per un verso, gli uomini erano figli di un medesimo padre, per altro entravano a pieno titolo nella storia, e gli europei, ignorando quel che accadeva realmente nel resto dell’ecumene, si sentivano in qualche modo i paladini di quel processo che, poco a poco, si è andato configurando, in modo sempre più inestricabile, come progresso, teleologia ed evoluzione.
tuttavia, il progresso (e ancor più l’evoluzione, se intesa come allontanamento dallo status quo della creazione divina originaria) aveva in se un forte gradiente di distanziamento dalle condizioni originarie e dallo stato di (equilibrio con la) natura. dunque, se l’uomo occidentale (ovvero la razza bianca) progrediva, al contempo si allontanava dallo stato di grazia originario nel quale, invece, permanevano i selvaggi (e tutte le altre razze, ciascuna incasellata in una specifica e differente tappa della marcia verso l’uomo bianco e il suo progresso tecnico-scientifico). questa, a grattare sotto la crosta superficiale, appare come un’autocontraddizione. infatti, se le razze selvagge son quelle più vicine alle condizioni del paradiso terrestre, perché salvarle? in base a quale principio colonizzarle e sfruttarle?
come quasi sempre accade nella storia degli uomini, per mettere ordine ad una confusione, non c’è mai nulla di più efficace di una nuova confusione creata ad hoc. in fondo, recitava il libro, l’uomo è stato scacciato dal paradiso terrestre per aver disobbedito, e da quel momento si sarebbe dovuto procacciare il cibo col sudore della fronte. questo passo, in modo più o meno cosciente, ha dato il là all’idea stessa di progresso e di salvezza terrena. dio parla solo di sudore della fronte, ma non dice nulla sulle modalità lavorative che avrebbero dovuto suscitarlo. dunque, un modo di onorare il signore era dedicarsi al lavoro, e un modo di dedicarsi al lavoro era migliorarne la prolificità e le applicazioni tecniche. un modo accessorio di lodarlo era, poi, quello di innalzare edifici sempre più complessi in suo onore. del resto, gli egiziani avevano costruito le piramidi, e, pare, i babilonesi una torre tanto alta quanto sfortunata.
questo sviluppo risolve il problema originario? certo che no, eppure ha l’eccezionale capacità di distogliere l’attenzione.
in fondo, le razze erano là, davanti agli occhi di tutti: bianchi, neri, gialli, etc. perché stare a parlarne? era più importante trovare una giustificazione agli sfruttamenti ed alla schiavizzazione. il razzismo, da solo, non bastava, per quanti vanno in giro professando che siamo tutti figli del medesimo dio.
d’altro canto, la maggior parte dei discendenti delle dodici tribù originarie aveva perso il contatto col vero verbo e questo fomentava il compito di portare la buona novella, ripristinandone il valore di verità e fedeltà. la luce nelle tenebre.
tuttavia, razzismo e spinta missionaria, che non convissero ab origine, non hanno mai avuto una sintonia pacifica e sinergica, per quanto, in molti casi, essi abbiano, purtroppo, cooperato.
ma allora cos’è il razzismo? e soprattutto perché fare qualcosa per decostruirlo? perché prendere parte contro di esso e tutto quel che ne consegue?
fin da piccolo, non ho mai sopportato le bugie e chi, tramite esse, si approfittava del prossimo; dire le bugie, recita un proverbio, è rubare ad altri il diritto alla verità.
change
“dunque” dico senza preamboli “noi vogliamo realizzare un lavoro che demolisca i presupposti del razzismo, ma se per realizzarlo fotografiamo solo persone di minoranze etniche o razzializzate mentre parlano del razzismo e delle discriminazioni subite… beh, come dire? staremmo facendo rientrare il razzismo dalla finestra, no? sarebbe un progetto che nella pratica argomenta contro se stesso.”
“e allora cosa proponi?”
“propongo di andare in giro a far parlare chiunque di razzismo e fotografarlo mentre ne parla.”
“quando iniziamo?”
“domenica”
“dove?”
“la maddalena”
“io finisco il concerto alle 19 sabato”
“bene, ti passo a prendere in teatro dopo il calcetto e poi partiamo; per le 22 dobbiamo essere assolutamente a tempio”
“perché?”
“c’è da chiederlo?”
“e questa cosa fa? sopratutto: cosa fa a tempio?”
“se non ho capito male, dovrebbe essere un’attice, comunque è a tempio per cantare col suo gruppo.”
“canta bene?”
“non lo so, però…”
“…”
“… ci siamo scambiati delle mails e mi dice che se per caso dovessi essere nel nord sardegna… perché non raggiungerla a tempio…”
“no comment.”
“ti giro un link… e vediamo se capisci qual è”
“…”
how was this project born?
è inizio ottobre del 2008, il mio amico nicola mi chiama per propormi un progetto.
io sono un antropologo, lui ha da poco cominciato il percorso che lo porterà in breve a diventare un fotoreporter professionista.
a tutti e due piace andare dritti al sodo, dunque la telefonata è concisa: pane al pane, vino al vino.
“stavo pensando” mi dice “perché non fare un lavoro assieme sul razzismo? del tipo: fotografare persone di minoranze etniche a cagliari, mentre parlano di razzismo. mi spiego: tu le fai parlare di razzismo, da antropologo, e io semplicemente scatto mentre loro parlano. potremmo tirar fuori una buona mostra, magari addirittura un libro. che ne pensi?”
lì per lì non so cosa pensare, però qualcosa non mi torna.
“penso che ci devo pensare meglio” rispondo “dammi qualche giorno, perché il mio cervello mi dice che così qualcosa non torna. ti richiamo quando avrò capito cosa.” e metto giù.
prendo la macchina e mi faccio un giro – rotta villasimius; lo faccio spesso quando qualcosa non mi quadra e devo stirare i pensieri per dare aria alle mie sinapsi: le curve e il mare che sale e scende al mio fianco mi aiutano a riflettere. quel giorno, però, non ho bisogno di arrivare fino alla spiaggia. giro e torno in ufficio. ho avuto una piccola illuminazione e capito cosa, di quel progetto, finirebbe per non funzionare.
scalo a piedi le rampe squadrate della facoltà, l’ascensore oggi è troppo lento, apro la porta dello studio, raggiungo la cornetta e compongo il numero di nicola.
“pronto caro, dimmi.” mi fa lui col suo italiano del nord.
“ciao nichi” gli rimando col mio impasto di accenti “ho capito cosa non quadra. stai a sentire”