Archive for Luglio 2009
mothertongues about wasted thoughts
ad esempio, mentre io vado a comprarmi una bottiglietta d’acqua, nicola si avvicina ad un gruppo di venditori ambulanti. dapprincipio, temo, ci hanno preso per poliziotti in borghese, o più probabilmente per due coglioni. mentre mi avvicino, sento nicola parlare in inglese e dunque mi accodo. parliamo tutti in inglese, ma ognuno ha un diverso livello. ci capiamo relativamente poco e gesticoliamo tanto. cerco di spiegare il progetto, ma, dalle loro espressioni, mi rendo conto che probabilmente neppure io comprendo bene quel che sto dicendo. dunque chiedo loro da dove vengano e se hanno qualche problema a parlare inglese. in effetti, mi fa il più sveglio, vengono dal senegal e preferirebbero il francese. e qui entra in scena nicola, dato che lui, nei suoi tre anni svizzeri, ha parlato solo francese. Dopo qualche minuto, però, ho la netta sensazione che capissero di più prima, quando si parlava in inglese.
“nicola” gli faccio “mi sembra che qui ci sia un problema di comunicazione”
per la prima volta da quando è iniziata la conversazione, qualcuno ha parlato in italiano.
“ma parlate italiano?” sbotta il senegalese sveglio.
“certo, siamo italiani”
“e allora perché avete parlato in inglese?”
francamente me lo chiedo anch’io. vorrei ridere del malinteso, ma mi rendo conto che non sarebbe la mossa più azzeccata. i nostri amici sono tesi e insospettiti. dunque faccio notare che quando sono arrivato loro stavano parlando in inglese e per questo ho pensato che non sapessero ancora parlare in italiano, magari erano appena arrivati.
“ma quale appena arrivati!” fa il più anziano. “sono in italia da 25 anni!”
fatto un rapido calcolo, il patriarca del gruppo calca il suolo italiano da un periodo assoluto superiore a quello di nicola. in termini relativi, tuttavia, la questione cambia: per lui, infatti, quei 25 anni sono solo mezza vita; per nicola, invece, i suoi 24 sono tutta la vita. mentre ascolto la storia del suo arrivo in italia, penso queste cose e faccio questi calcoli, con la vaga, ma non confermata, sensazione che non siano esattamente pensieri sprecati.
go ahead, what does it mean?
cosa vuol dire andare avanti? in termini strettamente podistici, andare avanti significa mettere un piede davanti all’altro, con la direzione di marcia indicata dalla punta. tuttavia, forse benjamin in angelus novus, aveva parlato di un arretramento verso il futuro… se la memoria non m’inganna, un angelo, venuto a visitare il tempo presente, orripilato da quel che ci trovò, arretrò nella sua direzione. insomma, andava avanti di spalle. arretrare verso il futuro, in effetti, è cosa ben diversa dal girare sui tacchi. la potenza di quell’immagine, ai miei occhi, sta proprio in questo non riuscire a dare le spalle al presente. benjamin era ebreo. dovette fuggire dalla germania, poi dalla francia, quando questa cadde sotto il dominio nazista, per morire suicida in spagna, da dove sperava di imbarcarsi per gli stati uniti. non ce la fece. la sua, in effetti, è una storia singolare ma allo stesso tempo plurale, archetipica e paradigmatica. penso che dovrei pensare che essa potrebbe essere eletta a simbolo di ri-tratta. benjamin, filosofo, saggista, critico e, soprattutto, uomo intelligente, preferì il sonno nichilistico della morfina, piuttosto che correre il rischio di essere riconsegnato dalle milizie franchiste a quelle naziste. quando decise di togliersi la vita, egli aveva con sé una valigia nera che, con ogni probabilità, conteneva tutti i suoi scritti più preziosi. i suoi compagni di viaggio, anche loro ebrei, vennero rilasciati il giorno dopo, e, facendo una colletta, poterono pagargli un loculo a port bou, per cinque anni. dal 1945 non si sa dove riposino le spoglie di benjamin. stesso destino per la valigia nera. oggi viene da dire che se avesse avuto la pazienza di aspettare un giorno di più, avrebbe scoperto che la vita, ogni tanto, riserva anche delle buone sorprese. ma il solo pensarlo mi fa rabbrividire di banalità. l’angelo arretra verso il futuro, un tacco davanti all’altro, rompendo la resistenza del tempo, col fruscio candido delle sue ali.
di fronte a tali immaginosi pensieri, nicola e io sembriamo due granchi. procediamo infatti goffi e saltellanti. mentre io cerco di ficcare i miei occhi in quelli di tutti per captarne e carpirne l’energia, nicola giochicchia con la macchina fotografica e si interroga se 24 giga di memoria fotografica gli basteranno.
“dipende” gli faccio
“è che ho già quasi riempito una scheda”
c’è un’altra cosa che lo preoccupa molto: il sensore della macchina. cambiando costantemente ottica il sensore rischia di sporcarsi. niente di percepibile ad occhio nudo. ma basta un grumetto di umidità, o un po’ di micropulviscolo per rovinare l’eventuale mostra che nicola già pregusta. dunque, fra le tante altre cose che fa, e che sembrano tic da maniaco, ogni tanto alza la macchina e scatta una foto al cielo. dopo di che, ingrandisce la foto nello schermetto lcd, per verificare che il sensore sia ancora pulito. nel frattempo io, che ho la barba lunga, i capelli lunghi e i pantaloni macchiati, potrei passare per il fratello sfigato di lenny kravitz. eppure, proprio per il nostro aspetto schizoide e il nostro atteggiamento completamente svagato, riusciamo a fermare e intervistare parecchia gente.
black cat
sono le undici passate, la gente comincia ad affollare le vie, e nicola ed io procediamo come due strani marziani verso il centro del centro storico. a pochi passi dalla chiesa, manco a farlo a posta, incontriamo un prete. è il cappellano militare. tutto nero sotto il colletto bianco e la calva prominente. ricordo che i manuali di ricerca sul campo, datati forse agli anni ‘50, suggerivano di agganciare sindaco, maestro, prete e, talvolta, il farmacista. dunque, lo fermiamo. esponiamo anche a lui il progetto. ci dice che tornerà subito. nicola non è contento della scelta. fotograficamente non è un soggetto interessante. eppure, gli dico io, se la gente ci vede che intervistiamo il prete, dovrebbe prendere maggior confidenza e fiducia circa la nostra presenza e il nostro lavoro. o almeno così assicurano i manuali. il prete torna. partiamo. in effetti, ci dice, non riesce a capire il razzismo. siamo tutti figli di uno stesso dio, fatti a sua immagine e somiglianza. dovremmo vivere d’amore e fratellanza, comprensione e rispetto. provo a scalfire questa frittura mista di luoghi comuni, per grattarci la realtà sottostante, ma il prete, in quello che dice, ci crede sul serio. dunque tanto di cappello: non ci sta intortando nessuna storiella. mentre racconta, come sempre, la chiacchiera assume altre coordinate e inizia a focalizzarsi sull’io di colui che parla: l’intervista diviene dialogo, e questo scivola rapidamente in narrazione. in tal modo, mi si fà cristallino il perché lui creda con tanta serenità in quel che ci dice: fino a qualche anno fa, infatti, era un impiegato postale. ha cambiato vita a cinquant’anni suonati. meglio tardi, gli dico. no, mi risponde, non è mai tardi, semplicemente era giunto il momento. l’intelligenza serena delle cose che dice, stride con il suo aspetto da lino banfi e la sua voce, ad un tempo roca e argentina. nicola frattanto scatta come un ossesso. d’un tratto, forse a causa del sole a picco sulla sua generosa pelata, il prete ci liquida con una rapida stretta di mano, e va. parlare, in fondo, stanca.
ci rimettiamo in caccia di informatori, e proseguiamo verso il cuore del paesello. strada facendo, incrociamo i nostri passi con quelli di un gatto nero. non essendo nessuno di noi due eccessivamente superstizioso (e poi, peggio di così cosa potrebbe accaderci?) lo seguiamo. sornione si mette in posa e io chiedo a nicola di immortalarlo: non capita tutti i giorni un felino nero che si mette in posa. mentre ci sollazziamo col gatto, una voce mi chiama. “e tu che ci fai qui?”
mi giro. è la tipa a causa della quale sono qui. vorrei dirglielo, ma ho imparato che con le donne è sempre meglio tacere. soprattutto se si fanno accompagnare, come lei ora, da uno che sembra una via di mezzo tra jerry lewis e jerry calà. ha tanti di quei colori nel maglioncino che c’è da sorprendersi che le api non gli abbiano nidificato fra i capelli. forse è l’abbondanza del gel ad averle scoraggiate. mentre mi parla, lui tace e acconsente.
“allora? come mai qui?”
dopo un iniziale silenzio, la guardo e, con finto candore, dico: “stiamo facendo un reportage sui gatti de la maddalena”
“ah, interessante”
“no, la verità è che stiamo facendo un lavoro fotoantropologico sul razzismo e abbiamo iniziato da qui.”
“ah, interessante” ribadisce, forse rintronata dallo sgargio cromatico del suo accompagnatore.
“beh, allora ci becchiamo dopo, se rimanete” e va.
***
“ma così non vale” mi fa nicola appena soli
“cosa?”
“mi avevi detto che era un gran figa…”
“…”
“e invece è solo una figa media…”
“…”
“…”
“hai fatto col gatto? allora andiamo avanti”
breakfast at…
“no, ora facciamo colazione, e poi una passeggiata: il paese è piccolo e, se ci vedono in giro, cominciamo a fare tappezzeria e destiamo minore irritazione” mentre lo dico, penso a malinowski, dal quale ho imparato, se non altro, a mentire sul mio lavoro. certo, con esiti diversi. lui è diventato il padre della ricerca sul campo con cattera ad oxford e io ho un contratto precario a cagliari. ma quelli erano altri tempi. nicola però ha troppa fretta, e io mi sento un cacciatore che deve tenere i cani.
“nico” gli dico, mentre lui si mette mezza bomba alla crema in bocca “questo è un lavoro delicato. le persone devono parlare, aprirsi, raccontare e pensare. se non si sentono comode, il lavoro risulterebbe un fallimento, mancherebbe della giusta, densa profondità. dunque” concludo, mentre lui si affanna a mandar giù per rispondermi “be quiet, please”
dopo aver dato un lungo sguardo distratto ai giornali, dico a nicola: “pronti, possiamo andare”
“come procediamo?”
“beh, anzitutto andiamo in giro e vediamo se percepiamo qualcosa di interessante nell’aria”
a pochi metri dal bar, troviamo quello che sembrerebbe un centro sociale. dentro una mostra di disegni di bambini e foto su la maddalena. ci accoglie un uomo sulla cinquantina, dice di chiamarsi lino, è un professore di storia dell’arte. ha vissuto per un paio di decenni a firenze, ma ora è tornato a la maddalena. ha voglia di comunicare, e io lo metto a suo agio. gli esponiamo rapidamente il progetto, e dice di non aver nulla in contrario a parlare. è più dubbioso per quel che concerne le foto, ma nicola è un mastino. ad un certo punto, mentre noi parliamo, si alza e comincia a scattare. dopo un iniziale irrigidimento, lino comincia a prenderci gusto. lo noto da come si atteggia verso l’obiettivo. cerca di parlare con espressioni e pause teatrali. click, click, click. parlare con uno che ci scatta in faccia, ci fa sentire più importanti, a quanto pare. caro mcluhan non è più il medium ad essere il messaggio, oggi ci accontentiamo della forma. sant’otturatore.
l’impressione è che lino non parlasse da almeno due anni. ci racconta tutta la storia della sua vita, e ogni volta che si distanzia troppo, io devo incaricarmi di riportarlo sul pezzo senza che se ne accorga. gli chiedo del razzismo a la maddalena. sulle prime è molto abbottonato, ma poco a poco si lascia andare. al punto da farci intendere di esserne stato, in qualche modo, vittima lui stesso: non lo dice chiaramente, ma nelle sue parole, e soprattutto nei suoi gesti, prende rapidamente forma una confessione. dopo quasi 50 minuti di conversazione più prossima a telefono amico che ad un reportage antropologico, ci salutiamo. lino ha firmato le liberatorie. nicola ha scattato oltre 250 foto.
“figa” dice nicola che non ha mai troppi peli sulla lingua “dev’essere duro essere culani da queste parti”
“già”
ink stain over my pants
nonostante abbia dormito vestito, la macchia blu non è sparita come un brutto sogno al risveglio, ma continua a starsene là. parte dalla tasca e arriva poco sopra il ginocchio. e, ovviamente, non ho ricambio.
meno male che almeno il mare è clemente; la brezza ci rinfresca gli occhi arrossati e l’odore salmastro ci tonifica lo spirito.
“ho capito” dice nicola interrompendo la tregua
“…”
“hai scelto di venire a la maddalena perché qui c’erano gli americani!”
beata ingenuità, penso. ho scelto di venire a la maddalena perché c’è una tizia che mi interessa e che sta lavorando alla preparazione del g8. lo penso, ma evito di dirglielo. mi limito a sorridere e, sperando di risultare indecifrabile, faccio un enorme giro di parole.
“dai!” mi rimprovera.
“da qualche parte dovevamo pur iniziare” cerco di tagliar corto.
“ma” mi incalza senza pietà “e la serietà dove sarebbe?”
“quale serietà?” rispondo.
“beh, quella del nostro lavoro!”
“quella la dobbiamo dimostrare sul campo, e un campo vale l’altro.” eccola, la serietà: una macchina con la marmitta tenuta da dei lacci e un uomo di 33 anni coi pantaloni chiazzati di inchiostro.
sbarchiamo e nicola vorrebbe cominciare subito la caccia: per lui, questo lavoro, è una sorta di safary fotografico. fiutate le prede, vorrebbe stenderle al primo click. no, gli dico. anzitutto perché sono le 8 del mattino e chi vuoi che ci sia in giro a la maddalena a quest’ora di domenica? prima cosa, da buoni antropologi, tracciamo e sentiamo il terreno. ci facciamo il giro, ovviamente in macchina, dell’isola. dobbiamo cercare di intuirla. la maddalena mi ricorda carloforte. un isola dell’isola, un’isola che si sente staccata dal continente sardegna. un mondo a se. chiuso al limite dell’endogamia. la noia è sospesa nell’aria manco fosse lo smog di pechino.
alle 10 siamo di ritorno. parcheggiamo a due passi dalla banchina.
“iniziamo?”
night swimming
nicola si addormenta subito. io invece faccio fatica a prendere sonno. nella scia del suo respiro pesante, con barlumi di luci che filtrano dalla veneziana chiusa, vedo le mie solite ombre notturne rincorrersi sul soffitto. anche in questa estemporanea doppia di palau. sono i miei fantasmi che mi seguono ovunque. per scacciarli, quando non riesco a prendere sonno subito, quando non posso aprire un libro e leggere, è solo esercitando il ricordo che riesco a quietarli.
allora mi faccio tornare in mente, con prepotenza, alcuni pezzi del mio passato. mi concentro ed eccomi in africa, di nuovo in una stanza d’albergo che non riesco a prendere sonno. ma quella volta stavo da solo e potevo leggere senza svegliare nessuno. lessi d’un fiato il terzo scimpanzé di diamond. un bel saggio. con un inizio forte e una fine notevole. un lavoro carico di spinta morale. ricordo soprattutto un passaggio, a proposito di razzismo, nel quale l’autore, basandosi su dati genetici, provocava il lettore: gli uomini credono di essere una specie a parte, a lungo (e in alcune realtà tuttora) hanno creduto alle razze, fino all’arrivo della genetica delle popolazioni e degli studi di genetica. è solo da qualche decennio che si è scoperto che la varianza genetica tra uomo e uomo di una stessa “razza” nominale può essere maggiore della distanza genetica tra uomini di “razze” nominali distinte: ovvero un bianco può condividere con un nero una porzione di dna superiore a quella tra due bianchi. il concetto di fondo, che regge la genetica delle popolazioni, è che ogni popolazione ha, nel suo patrimonio genetico, l’intera gamma di variazioni e possibilità di qualunque altra popolazione, a cambiare allora sarebbe, da popolazione a popolazione, la ricorrenza con cui questa varianza si manifesta in geni dominanti. di più, a volte, la varianza di dna tra uomo e uomo, è superiore alla varianza tra un uomo e uno scimpanzé, specie con la quale, del resto, condividiamo circa il 97% del nostro patrimonio ereditario.
sulla base di questi risultati, allora, come è possibile il razzismo?
il sonno non ne vuole sapere di prendermi nel suo abbraccio e, allora, mentalmente prendo nota dei miei pensieri. appena avrò un momento, mi dico, li metterò su carta. non tutti sanno che il concetto di razza, congiuntamente a quello di darwinismo sociale, ha avuto una forte eco anche a livello scientifico, sfociando in una disciplina, la razziologia, che, troppo a lungo, è stata in auge. ma se è relativamente facile smontare una bufala mediatico-scientifica, è molto più complesso, per gli addetti ai lavori, decostruire il riverbero che, certe teorie, producono sul senso comune. alle difficoltà di argomentare contro una teoria scientifica, si sommano, infatti, le difficoltà di portare l’opinione anonima del “si dice” a riflettere criticamente su se stessa, a prendere il peso delle responsabilità esistenziali e politiche che, ogni atto di locuzione, porta con se. le parole, i discorsi non sono mai neutri, oggettivi e naturalistici soprattutto quando partono dal presupposto di esserlo. penso che non è passato molto tempo dal nazifascismo che promulgava le leggi razziali; l’apartheid è, relativamente, finito da poco; gli afroamericani hanno subito discriminazioni fino a tempi molto prossimi a noi; gli indiani d’america, la schiavitù, la tratta non sono fenomeni remoti; il colonialismo non è mai realmente finito; i pogrom, le guerre di pulizia etnica, le deportazioni sono ancora parte integrante del nostro mondo – sia che lo si pensi globale, sia che lo si voglia locale. il razzismo è solo uno dei modi attraverso i quali si è cercato di dare un ordine al caos. ma che tipo di ordine? mi chiedo, in effetti, se esso non sia solo una variazione sul tema del vecchio quesito alla base di tutta la filosofia politica: cosa legittima un uomo a comandare su un altro uomo?
forse sì. l’ideologia della razza ha senz’altro avuto il triste merito di aver messo a tacere un sacco di dubbi in proposito e, nonostante il peso di morte di cui si è caricata, è dura a morire.
nonostante? o forse proprio perché la morte si nutre di morte?
ma la morte non può nutrirsi di morte! la vita si nutre di vita, e la morte si nutre di vita. senza vita, non ci sarebbero né vita né morte.
il razzismo, allora, è una forma di vita che ci porta comunque alla morte. ma c’è vita e vita. e questo è un punto d’ordine morale. almeno credo.
thank you, baby
invece, l’attrice è ancora là, nella chiesa della cattedrale, che ritira le sue cose, col resto della sua compagnia.
le vado incontro che sembro la copia sfigata di un idiota. mi sorride e si avvicina. è proprio un gran bel pezzo di figa, penso. comincio a sudare e le parole mi si accartocciano in bocca: mi esprimo in modo tribale con monosillabi. realizzo di essere vestito come peggio non potrei per una simile occasione. all’improvviso ho il colpo di genio. mentre siamo uno di fronte all’altra senza sapere che cazzo dirci, e mentre lei si chiede cosa ci faccia uno così a tempio e, soprattutto, come possa essersi infilata in una simile, imbarazzante situazione, io tiro fuori il libro che le avevo portato e, con sommo divertimento di nicola, scado ancora più in basso: assieme al libro le regalo anche un segnalibri disegnato e costruito da me medesimo.
per tutta risposta lei, dopo essersi messa prontamente il libro in borsa, mi trae d’impiccio. mi chiede di scambiarci i numeri di cellulare. tiro fuori il mio e le chiedo di dettarmi il suo, ma non faccio a tempo a finire la frase che lei esplode: “non ci posso credere!” esclama come chi avesse appena scoperto che maria maddalena e la madonna son la stessa persona. “dai!” prosegue, lasciando me e nicola (che intanto sogghigna come un vero amico sul latte versato delle mie disgrazie) impietriti.
la causa di tanta sorpresa è presto detta: “abbiamo lo stesso cellulare!! identico!! anche il mio è rosso!!!” e mentre parla fruga con foga nella sua borsa.
ora, per un attimo, mettetevi nei miei panni.
ho infranto quasi tutte le leggi del codice stradale, rischiato di sbrodare, legato la marmitta con i lacci delle scarpe, speso 70 euro di benzina (correre costa), progettato e realizzato un segnalibro personalizzato, portato in dono un bel libro, mi sono esposto al perenne pubblico ludibrio col mio migliore amico, mi è esplosa una penna da 800 euro in tasca… per cosa?
mentre realizzo, lei va a cambiarsi ma mi chiede di aspettarla cinque minuti: tornerà subito!
nicola non dice nulla, non potrebbe: sta ridendo senza soluzione di continuità da circa 20 minuti. e io sono quantomeno accartocciato su me stesso. aspetto per pura educazione, ma vorrei essere già a la maddalena. “a questo punto neppure se tornasse in topless potrebbe riscattarsi” mi dice nicola gettando sale grosso nel solco della ferita.
“già” concordo
torna con tutto l’entourage della sua compagnia. ci presentiamo, e quello che sembrerebbe il loro capocomico mi chiede cosa ci faccio io a tempio: “semplice” rispondo “son qui per lei” dico indicando con lo sguardo l’attrice che, spaventata dalla mia franchezza, si nasconde dietro una sua collega. “ma evidentemente” concludo “mi devo essere sbagliato” e nel dirlo mi alzo dallo scalino sul quale mi ero seduto e mi avvio.
“dai, marcello” dice lei “allora mi chiami?”
“per fare che? buonanotte” uno può farsi calpestare l’orgoglio, ma mai la dignità, mi ripeteva mia nonna.
risaliamo in macchina e puntiamo verso palau. arriviamo mogi e stanchi che son quasi le due, la reception di un piccolo, costoso hotel nei pressi del porto ci accoglie e ci sfama. l’indomani il primo traghetto parte alle 7. lo prenderemo.
reserve
“cos’è quella spia?”
“siamo in riserva”
“…”
“non preoccuparti, conosco un trucco per risparmiare.” la verità è che non conosco nessun trucco. è ovvio che se si viaggia a tavoletta, la macchina beve il doppio. l’unica è sperare di trovare presto un distributore: eccone uno!
entro di filato e vado dritto alla macchinetta: bancomat fuori uso.
“hai del contante?”
“tieni caro” mi dice nicola allungandomi 5 euro appallottolati.
“non ne hai altri?”
“no”
bene. cerco di ridare alla palletta una forma che sia accettabile. ma è tutto inutile: banconota non riconosciuta.
do una pedata alla ruota e mi faccio male. mr bean in confronto è un dilettante.
risalgo in macchina. nicola è perplesso, vorrebbe farmi delle domande ma non si avventura. per tutta risposta, rimetto in moto. sono le 21:45. riparto piano e faccio tutte le discese in folle. prima o poi un distributore salterà fuori. dopo 10 km circa eccone uno; ma l’illusione dura poco: è nell’altra carreggiata. tiriamo avanti ammosciati. è raro che superi gli 80 km/h. io, poi, che ho sentito l’attrice solo via mail e non ho il suo numero, vorrei che almeno sapesse del culo che mi son fatto. invece sono in macchina, ho le mani sporche, i calzoni macchiati di inchiostro blu e le scarpe senza lacci. nicola, almeno, ha smesso di ridermi in faccia e simpatizza. andando in folle in discesa e pianissimo nei restanti tratti, la riserva ci porta fino a siniscola. finalmente, facciamo il pieno e ci ringalluzziamo. nicola, ateo da sempre, mi rivela le ragioni del suo prolungato e desueto silenzio: stava pregando.
“ora posso dirtelo: mi stavo letteralmente cagando in mano”
al distributore ci hanno spiegato dove tagliare per arrivare a tempio, aggiungendo che solo uno del posto e con una macchina decente potrebbe arrivarci in circa 45 minuti.
“lei dice così perché non ha mai visto guidare lui” dice nicola, tornato ateo.
“beh” dico dandomi più arie del solito “ora cominciamo a fare sul serio. se non arriviamo a tempio in meno di 45 minuti, ti pago la cena.”
ma, in effetti, che senso ha correre così visto che le dieci son passate da un pezzo? nessuno; è solo una questione di principio. e gli uomini, per questioni di principio, son capaci di fare cazzate immani: io per ora mi limito a provare ad arrivare a tempio con i calzoni sporchi e le scarpe senza lacci. le mani le ho lavate mentre facevo il pieno.
le curve per tempio, ad avere una moto, sarebbero uno spasso. ma le stesse curve, fatte con una ka e uno affianco che ti chiede se non potresti farle più forte, possono diventare pericolose. incredibilmente (era la mia paura) non incontriamo anima viva che ci rallenti, e arriviamo a tempio in 40 minuti. sono le 23:30, e, dati tutti gli incidenti e gli imprevisti, posso essere fiero del risultato: non pagherò nessuna cena! né all’attrice (che se ne sarà andata da un pezzo) e neppure a nicola (che alla fine si era messo a gufare cronometro in mano).
boots
accosto, scendo, impreco e mi chiedo che cazzo ci fanno tanti lavori in corso perenni sulla 131, se poi la strada è sempre piena di deviazioni e i pezzi liberi sono colmi di buche.
mentre smadonno, nicola rimane tranquillo, con la cintura ancora agganciata. questo ragazzo, penso, si fida troppo di me.
in questi casi, si hanno due opzioni: o si rinuncia e si chiama un carroattrezzi, oppure si fa quel che si può.
indosso due belle scarpe da basket. non so se la cosa possa funzionare o reggere a lungo, però ci posso provare. mi sfilo i lacci. nicola, che dallo specchietto mi vede togliermi le scarpe in piena 131 con le macchine che ci scorrono rapide di fianco, da i primi segni di nervosismo, si slaccia la cintura e si avvicina.
“cosa fai?”
“mi sto cambiando i calzini… secondo te? sto cercando di risolvere il problema”
“bene, non avevo dubbi”
“beato te, io invece ne ho parecchi. speriamo funzioni”
intreccio alla meglio i lacci, li lego alla marmitta e poi uso il fermo del cofano come perno. sembra funzionare: se non prenderanno fuoco, il problema della marmitta dovrebbe essere, almeno per il momento, risolto. ripartiamo che sono unto di grasso e olio. non c’è male per un primo, fantomatico, appuntamento con una ragazza: calzoni macchiati (nelle operazioni di legatura della marmitta mi è esplosa una montblanc in tasca), mani sporche e scarpe senza lacci. se non scappa, le chiedo di sposarmi.
“se non scappa al vederti conciato in quel modo” mi dice nicola “allora è meglio che scappi tu”
“perché?”
“perché vuol dire che ha più di qualche problema”
incasso lo spirito, pensando che comunque nel mio zainetto le sto portando anche un piccolo regalo: il quinto passo è l’addio. mi ha detto di non averlo mai letto.
“nico” dico mentre ci avviciniamo al bivio con la 131 bis “dato che non stai facendo un cazzo, potresti almeno cercare tempio sulla cartina e dirmi da dove ci conviene passare? giro per nuoro-olbia o procedo per sassari e taglio allo svincolo per saccargia?”
non è una domanda difficile, mi pare. invece, la realtà è sempre un passo più in là: nicola, che non ha mai dovuto, in circa 24 anni di vita, controllare una cartina, trova la questione particolarmente spinosa. mi confessa di non saperla leggere, però può chiamare il suo amico priamo e chiedere a lui: proprio la settimana scorsa è stato a tempio.
“che dice?”
“ci conviene passare da olbia.”
“da olbia?” obietto sorpreso rimembrando la geografia dell’isola. “mi sembra strano.”
ma nicola mi dice che priamo è sicuro, dunque non insisto e, ad abbasanta, giriamo: sono le 21:15, non arriveremo mai in tempo.
la macchina sfreccia e sobbalza, e io stringo tanto forte il volante che quasi non sento più le dita.
passata nuoro, noto che siamo in riserva. ottimo.
roots
in termini strettamente scientifici, il razzismo è una bugia, una dottrina che si fonda su una serie di dati ed elementi inconsistenti, e la cui finalità è principalmente retorica.
certo, se ripenso ai miei giorni da studente, non posso non ricordare la netta divisione tra le due grandi branche dell’antropologia: culturale e fisica.
se il mito del razzismo si è rivelato tale abbastanza presto per gli antropologi culturali – la cui maggior difficoltà consiste nel capire cosa sia la cultura e come la si possa trascrivere, tradurre o anche solo evocare – ancora oggi l’antropologia fisica ha qualche difficoltà di più a sfatarlo.
in fondo, diceva qualcuno, da certi problemi è possibile venirne fuori soltanto uscendone. è inutile tentare di risolverli, perché ad ogni passo in avanti, le loro spire ci avvinceranno sempre più, al punto da lasciarci esanimi. mi rendo conto che questa è una riproposizione del nodo gordiano, ma talvolta un colpo secco di spada vale più di mille argomentazioni, se lo scopo è quello di recidere dalla radice le categorie epistemiche che fanno funzionare una certa forma politica di vivere e rappresentarsi la realtà.
se non fossi uno scienziato sociale, infatti, cercherei di vivere evitando di usare le categorie del razzismo: il solo parlarne infatti le rende attive.
ma cosa deve fare un antropologo che, invece, vuole immischiarsi per cercare di dare una mano a disingarbugliare il mondo?
***
“scusa il ritardo, caro. hanno chiesto un paio di bis” nicola è abbastanza in forma “dobbiamo prima passare da casa che lascio il fagotto e prendo la macchina fotografica”
“sai caro” mi fa sedendosi con la borsa e il treppiede “sono un po’ nervoso per l’inizio del progetto. ho chiesto a priamo molti consigli, ad esempio se meglio scattare con il 20mm, con il 50 o con il 35.”
ma notando il ritardo accumulato, taglio corto e gli dico: “beh, mettiti la cintura, dobbiamo recuperare più di mezz’ora, fare circa 300 km, non mi ricordo la strada, dobbiamo essere là entro le 22, e soprattutto devo comprarmi i sigari!”
nicola conosce il mio modo di guidare e non sembra granché preoccupato dal fatto che siano quasi le otto e abbiamo due ore scarse per arrivare a tempio. di contro io, che non ricordo di esserci mai stato, sono abbastanza preoccupato, anche perché non ho una ferrari ma una normalissima ka dell’anno del pero e, contrariamente a lui, conosco fin troppo bene le strade sarde.
presi i sigari, partiamo che sono le 19:53. ci immettiamo sulla 131 e, passati cineworld e semaforo, posso affondare sull’acceleratore: il tachimetro segna quasi 180 km/h, per buona parte del viaggio non scenderà sotto i 160. siamo due pazzi incoscienti: io che corro dietro ad una gonnella e lui che si fida di me.
tengo sempre a tavoletta, grazie al cielo non c’è traffico, purtroppo ci sono decine di fossi e buche e la macchina è sempre più simile ad un toro da rodeo. superiamo di slancio chiunque: nicola si diverte e io mi diverto a vederlo divertito.
superato il bivio per sanluri prendo in pieno una buca, la macchina si imbizzarrisce, quasi spicca il volo e poi riatterra con un bel botto.
“caro” mi dice nicola “cos’è questo rumore?”
“niente, porca puttana,” rispondo frenando “si è staccata la marmitta!”