Archive for Agosto 2009
presents’ presences
dunque, gli obiettivi di un progetto come ri-tratta sono duplici o, meglio, di due ordini di categorie:
1) tecnico
2) etico.
come detto, entrambi questi obiettivi devono essere perseguiti con efficacia.
in altre parole, ri-tratta deve rispondere su vari piani alle domande perché e come, senza trascurare in nessun momento il cosa-si-sta-facendo – fermo restando che il cosa è legato al perché ed al come.
l’ordine tecnico riconduce a questioni e considerazioni di metodo e, pertanto, anche di strategia, senza ovviamente esulare da considerazioni di carattere epistemologico.
in quanto frutto di lavoro professionale, l’indagine deve sottostare in certo modo ad una serie di parametri inscrivendosi – anche criticamente – in un quadro paradigmatico disciplinare e disciplinato.
il trait-d’union fra piano tecnico e piano etico è legato alle varie modalità di risposta che si possono fornire alla complessa questione del come-si-sta-facendo-cosa.
il come può essere inteso, infatti, in termini strettamente tecnici, oppure in termini di continua ricognizione etica. d’altro canto, se si porta avanti un qualunque sforzo con un’intenzione, allora si deve essere in grado di rispondere, in modo cosciente e complesso, alle implicazioni del perché lo si stia facendo, e queste non esulano dai modi in cui una cosa può essere fatta, e quelli in cui essa non può esser fatta, e questo, di nuovo, ci riporta al problema dei limiti del come-fare-qualcosa.
insomma, i piani tecnico ed etico sono realmente distinguibili solo in termini euristici, essendo intimamente interconnessi a livello di pratica e di svolgimento del lavoro.
noi ci adoperiamo per ri-tratta perché, in qualche modo, vogliamo alleggerire il mondo di un frammento dei suoi enormi pesi. lo facciamo senza presunzione, ma con molto impegno e serietà, probabilmente con un eccesso di ingenuità, vista la portata dell’obiettivo e del lavoro che abbiamo davanti. eppure, nei momenti di lucidità, ci riteniamo soddisfatti all’idea di poter provare a dare un nostro contributo ad un mondo che, dal nostro punto di vita, sia più equo e più giusto – nella fattispecie, risollevando la questione del razzismo, del contatto con la diversità e di alcune delle tante ingiustizie sociali in modo nuovo.
come detto, questo pone, fra i tanti, il problema dell’efficacia.
per essere efficaci, abbiamo deciso di credere in un metodo ibrido – neppure tanto nuovo – come l’incrocio di indagine etno-antropologica e fotografia.
quel che, a mio giudizio, è nuovo nel nostro lavoro è il modo (il come-facciamo-cosa) in cui ci muoviamo per provare a portare a casa i risultati. insomma, la novità non sarebbe costituita dagli elementi della ricetta, quanto dal dosaggio e, soprattutto, dall’ora e dal luogo del pasto. mangiare una bistecca speziata a pranzo, in effetti, è differente dal mangiare la stessa bistecca a colazione.
se, poco a poco, formandosi come fotografo, nicola si sta orientando verso un tipo di fotografia che cerca di contaminare reportage, street-photography, ritrattistica, e foto documentaria antropologica, pur con molti dubbi e ancora maggiori difficoltà di ottenere il sincretismo; io, dal canto mio, ho scelto un profilo etno-antropologico molto rischioso e non immediatamente riconoscibile come tale; per questo ho deciso di lasciare un ampio spazio alla narrazione (in uno stile prossimo a quello del new journalism - più kapuscinski che capote e gli altri americani) che solo di tanto in tanto si concede un excursus (mai totalmente extradiegetico) per approfondire l’elaborazione astratta, teorica e meta-metodologica.
ho scelto, pertanto, una serie di strategie retoriche, oratorie e stilistico discorsive che mi permettono più di mostrare che non di dimostrare. ma le mie scelte sono anche animate da una consapevolezza: conscio del fatto che questo lavoro non potrebbe esistere prescindendo dal mio filtro ermeneutico-soggettivo, ho preferito non rimuoverlo (come troppo spesso si tende a fare) ma sottolinearlo, dando a tutti i lettori l’accesso al mio punto di osservazione.
la mia scommessa è che fornire una chiave in più possa aiutare tanto la narrazione antropologica ad acquisire più forza, densità e scorrevolezza, quanto i lettori ad evitare gli ostacoli che, uno stile di scrittura mutuato dalle scienze dure o statistiche, ha disseminato sul loro percorso. sul pianto fattuale, infatti, è solo dall’imprescindibile commistione fra il mio punto di vista e il mio punto di osservazione che posso raccontare la realtà che mi capita di vivere in primo luogo come persona e poi come antropologo. infatti, è solo se vivo qualcosa come persona che poi posso restituirla, opportunamente riflessa e disciplinata, da antropologo.
la mia motivazione, che vuole essere anche un apporto alla scienza antropologica, è che la narrazione – il più possibile flessibile, affabulatoria e vicina alle forme dell’oralità – oltre ad essere il modo di comunicazione che – a più livelli di lettura e più strati – raggiunge più targets, è anche il tipo di tessitura più capace di collazionare in modo elastico. insomma, dentro un romanzo si può, con meno stress, porre parti saggistiche, mentre un saggio può contenere con molta fatica aneddoti.
ritengo, pertanto, che narrare, in presa diretta con dialoghi e con ampio ricorso a discorso diretto ed indiretto liberi, le avventure di due ricercatori in azione, offra la possibilità di ovviare la trappola della violenza epistemica contenuta nelle generalizzazioni antropologiche, di aggirare l’ostacolo del presente storico e scavalcare il cortocircuito dell’allocronia, destreggiandosi con maggiore agilità di quella permessa dalla pesante densità oggettivante e desoggettivizzata propria dello stile retorico del saggio scientifico.
se i miei punti di riferimento disciplinari sono clifford geertz, vincent crapanzano e james clifford, ho cercato di evitarne il barocchismo erudito e sovrabbondante (geertz e clifford) o l’eccesso di speculazione intimistica (crapanzano). il mio obiettivo è infatti non la descrizione densa, ma la restituzione di una semplicità densa, o, se si preferisce, una descrizione profonda finto-ingenua. in questo, molto mi sono state utili le letture di renato rosaldo e nigel barley.
ad esempio, partiamo da una cosa apparentemente casuale: perché ho scelto la narrazione in presa diretta?
infatti, raccontare costantemente al presente, dal punto di vista eminentemente narrativo, ha limitato molte opzioni discorsive e molte soluzioni stilistiche, fra tutte le possibilità di flashback, quella di ritorno riflessivo approfondito, o quella di giocare sulla separazione esplicita fra autore storico, narratore, narratario e personaggio protagonista. insomma, ne è, superficialmente, risultata privilegiata la levità e la leggerezza, che spesso può esser confusa con la superficialità.
la peculiare prospettiva scelta, mi costringe, ogni volta, a narrare fittiziamente come se, io che scrivo, non sapessi, al pari del personaggio che esperisce i fatti narrati, quel che è accaduto dopo, o non ci avessi, in qualche modo, riflettuto. ho dunque scelto uno stile che mi ha portato a fare un lavoro di erosione ed elisione piuttosto che uno di agglutinazione, autoimponendomi dei margini dai limiti molto stretti e ardui da rispettare. questa scelta, totalmente consapevole, mi induce ad uno sforzo di disciplina che, mi rendo conto, nella scrittura, così lineare ed apparentemente semplice, non traspare, o non fino in fondo. così come non pesa sul testo l’ampio grappolo di rinunce e soluzioni che questa determinazione stilistico-narrativa mi costringe ad osservare. penso agli sforzi per calibrare e sintetizzare, in modo da non sviare eccessivamente dalla narrazione, lo spazio riservato alle riflessioni. le riflessioni, infatti, devono riverberare sulla narrazione senza invaderla o schiacciarla. d’altro canto, sono molto avvertito dei rischi ai quali, una simile operazione, mi espone con gli altri antropologi o scienziati sociali in genere. le critiche possono variare da “ma questo è un romanzo, al limite una cronoca” fino a “è la scelta megalomane di un egocentrico privo del senso del ridicolo”.
come detto, uno degli antropologi più lungimiranti che io abbia mai letto – nigel barley – ha, secondo me, reso un ottimo servizio alla disciplina ed alla letteratura più in generale, narrando le sue disavventure di ricerca sul campo in un modo ugualmente leggero ma non per questo non serio, di sicuro ha abbandonato la seriosità in favore di un’apertura del registro comunicativo ad una gamma più ampia e diversificata di lettori attraverso lo stratagemma ludico ed il tono ironico.
tuttavia, la mia scelta è ancora diversa da quella di barley e non solo per la presenza di un paritario apparato fotografico – cosa che avvicina, in qualche modo, ri-tratta a lavorare piace di alain de bottom. la scelta operata in ritratta è diversa a livello stilistico e di obiettivi. barley, infatti, ricorre alla più testata ed autorevole scelta narrativa al passato (uso di imperfetto e passato remoto), io, invece, ho deciso di scrivere in un presente effettivo, deittico e storicizzante.
perché?
la ragione è che cerco di ottenere un effetto di plurimo straniamento delocalizzando a più livelli il cronotopo e cercando una implosione di presenti che faccia, almeno a livello pre- o subcosciente, scaturire il prurito di un dubbio intellettuale circa il patto narrativo.
c’è un primo presente (p’) che è quello di quando si son verificati gli eventi narrati – è il presente fattuale delle persone reali
c’è un secondo presente (p”) che è quello interno alla narrazione degli eventi narrati – è il presente narrativo dei personaggi, a cui appartiene anche il narratore e il narratario
c’è il presente (p”’) che è quello storico del momento nel quale io, rielaborando mentalmente e autorialmente appunti e ricordi, ho scritto e dato forma alla narrazione – è il presente dell’autore storico
c’è, infine, il presente dei lettori (p””) – diverso per ciasun lettore e ciascuna lettura
la mia scelta di scrivere in presa diretta cerca, attraverso lo scandalo della rimozione della reale consecuzione temporale dei diversi presenti, di riproporne la necessità per negazione. la consecutio, nei miei intenti, diviene tanto più (inconsciamente) necessaria alla piena e densa fruizione quanto più essa è negata nella superficialità del dipanarsi della narrazione. inoltre, questa negazione, congiuntamente alla scelta di raccontare i due reali indagatori (me e nicola) come personaggi coevi e non allocroni, mi permette di evitare – nella pratica fruitiva dei lettori – la trappola del presente storico.
per quanto possa apparire paradossale, l’uso spregiudicato che faccio del presente, fissa i contenuti ed i fatti in un momento, ontico, del passato reale: è stato così in quell’occasione e per quei due, ma ad altri sarebbe capitato altrimenti. il mio è un presente storicizzante che ha lo scopo di suggerire l’irripetibilità storica dei fenomeni in esame, dischiudendone al contempo la porta della speculazione e la finestra dei giudizi.
connections; may we come in?
j. l. amselle scrive: “è partendo dal postulato dell’esistenza di identità culturali distinte dette culture che si giunge alla concezione di un mondo postocoloniale o posteriore alla guerra fredda visto come entità ibrida. per sfuggire a questa idea di mescolanza per omogeneizzazione e ibridazione, occorre postulare, al contrario, che ogni società è meticciata e quindi che il meticciato è il prodotto di entità già mescolate, che rinviano all’infinito l’idea di una purezza originaria.”
è difficile che io ricordi qualcosa a memoria, ma ci sono delle frasi, dei passaggi che mi restano perché esprimono esattamente quello che penso anche io, solo detto meglio.
per la mia maestra e per mia madre, era un incubo farmi imparare a memoria le poesie, facevo sempre enormi variazioni sul tema e solo negli anni ho scoperto che esistono due tipi di memoria: a indirizzo e a contenuto. io sono quasi inesistente sulla prima, ma sono imbattibile sulla seconda. eppure, ci sono casi in cui quello che leggo, proprio perché sembra fuoriuscire da me stesso, mi rimane come scritto dietro gli occhi e, ogni tanto, me lo ritrovo. come l’orazion picciola: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza.
***
mentre rimugino dante ibridandolo con amselle, nicola, macchinone a tracolla, bussa alla porta della scuola. nessuna risposta, ma la porta è aperta e dentro si sente rumore.
“caro, che facciamo?”
“entriamo”
non siamo dei bruti sebbene la purezza originaria dev’essere rinviata all’infinito. mica male come immagine!
“è permesso?” chiedo avventurandomi nel polveroso corridoio di questo vecchio appartamento. il prete, don mario cugusi, lo affitta a quest’associazione, fatta quasi per intero di volontari e maestre, che sente il bisogno di integrare ed integrarsi.
mentre avanzo a marce ridotte, sono emozionato e molto contento di quest’occasione di incontro e confronto. al telefono e via mail, anna maria carta mi ha lasciato un’ottima scia di energia e motivazione.
“buongiorno”
“e voi chi siete?” ci rimanda secca una donna bionda dalla voce tagliente e il braccio ingessato.
some fieldwork problems
secondo manuale, tra gli strumenti e le pratiche a disposizione, l’antropologo nel corso della ricerca sul campo dovrebbe svolgere un’osservazione partecipante.
a dar credito ai titoli riconosciutimi, sarei un antropologo, ma francamente ho seri problemi a capire come realizzare l’osservazione partecipante e come si possa delimitare un campo sul quale praticare la ricerca. dovrei dunque pensare che sono un pessimo antropologo.
secondo i dizionari l’osservazione partecipante è una “tecnica di ricerca antropologica inaugurata ufficialmente da malinowski (1922), fondata sulla presunta neutralità dell’osservatore partecipante. implica l’immersione nelle attività quotidiane della comunità da studiare, attraverso prolungati periodi di lavoro sul campo e la padronanza della lingua […] fondata sul concetto di empatia, mira a minimizzare il problema della reattività e l’effetto distorcente della partecipazione dell’antropologo, dissolvendo la presenza dell’osservatore fra gli osservati.”
o anche, per gli amanti dell’inglese a tutti i costi: “term used for the most basic technique of anthropological fieldwork, participation in everyday activities, working in the native language and observing events in their everyday context.”
perché mai dovrei dissolvermi fra gli osservati? sembra una tecnica da romanzo spionistico d’appendice!
e il campo? cosa mai è questo campo sul quale dovrei piazzare la mia tenda?
l’idea di fondo è di uno spazio chiuso e territorialmente perimetrabile. non a caso, fabian parla di orti culturali, per metterne in risalto l’assurdo. se il campo è il luogo dell’incontro, allora l’unico campo che riconosco è il linguaggio, che è ciò che ci permette di entrare o rimanere in contatto con noi stessi, con gli altri e con le intenzioni, recondite o meno, personali ma anche culturali.
certo, gli antropologi dovrebbero mettere in atto una loro peculiare forma di comunicazione, e parlare anche un loro specifico linguaggio. ma secondo me, sia la prima che il secondo, evitando tanto la chiusura elitaria quanto l’eccessiva semplificazione, dovrebbero dedicarsi all’inclusione ed all’apertura.
più che dissolvere la nostra presenza, forse dovremmo imparare a comunicare uno scambio e scambiare una comunicazione – densi, profondi, stratificati e ovviamente antropologicamente aperti a tutti, per quanto sempre parziali, perfettibili e soggettivamente costruiti.
quando abbiamo iniziato con ri-tratta, mi son interrogato una volta di più sull’osservazione partecipante e sul campo: il campo del razzismo comprende la storia degli ultimi secoli del nostro pianeta. per quel che concerne la pratica dell’osservazione partecipante, che avrei dovuto fare? viaggiare in container? fare la fila in questura fingendomi straniero?
la risposta che mi son dato è che queste sono domande malposte. il mio compito non era la descrizione della fruizione culturale o individuale del problema del razzismo e della discriminazione, ma suscitare un interesse antropologico relativo alle questioni trattate. un interesse vivo, e non uno imbalsamato.
insomma, una pruriginosa curiosità.
***
sono passati alcuni mesi dall’abbraccio con gabriella, perché alla fine un abbraccio c’è stato, e con nicola abbiamo deciso di orientare meglio il progetto. dopo esser stati tutto un giorno sotto la pioggia di carloforte, durante il rientro in macchina, abbiamo decretato una riduzione logistica del campo, con conseguente rimodulazione dell’oggetto di ricerca.
è per questo che siamo arrivati in questa scuola di italiano per stranieri, nel cuore di marina. è sempre per questo che ho preso contatto con anna maria carta e che ora stiamo salendo questi vecchi scalini.
tuttavia, il mio dubbio non mi abbandona: sono un buon antropologo?
tears in hell
“ma tu, il razzismo, come lo racconteresti a tua figlia?” mentre formulo lentamente la domanda, nicola è inginocchiato che scatta: variando rapidamente esposizione, iso e priorità dei diaframmi, cerca di mettere in primo piano la poesia che scorre sul volto di gabriella, che si ferma e piange.
forse non avrei dovuto toccare questa corda. mi viene voglia di abbracciarla, ma mi pare un passo deontologicamente sconveniente. così, le faccio sentire la mia vicinanza col calore del mio sguardo.
nicola, invece, continua a scattare come nulla fosse. vorrei fermarlo, ma al limite ne parleremo dopo: davanti agli intervistati deve regnare l’armonia!
i due minuti successivi si allungano come da tempo non mi capitava, ma, alla fine, lei fa l’unica cosa che ci permette di uscire dal tunnel: una domanda. la sua voce ha recuperato chiarezza e colore.
“e tu, a tuo figlio, il razzismo come lo racconteresti?”
ho sempre pensato a quei libri tipo il corano spiegato a mia figlia, etc. ma non avevo mai pensato che qualcuno potesse farmi questa domanda. dunque mi sorprendo io stesso per le parole che fluiscono dalle mie labbra, perché è la prima volta che sento questo mio pensiero.
“io non ho figli” rispondo guardandola negli occhi “non ne ho anche perché non saprei come spiegare loro cose come il razzismo”
fino a questo momento, ho sempre pensato al tema dei figli in termini tanto astratti quanto generici: io, figlio di figli, di figli non voglio averne per scelta e protesta, dissi tempo fa. ma questa è davvero la prima volta che penetro la cifra di quelle parole. certo, magari il mio è un concetto banale, però è proprio così che lo sento. avere dei figli, secondo me, implica una enorme responsabilità, non solo educativa ma anche esplicativa: com’è possibile, mi chiedo, spiegare a dei figli delle cose che io stesso non riesco a spiegarmi?
“mmm” borbotto per riacciuffare i miei pensieri “e allora facciamo così… che immagine useresti per sintetizzare il razzismo?”
“un bambino” mi risponde di getto gabriella “un bambino nudo che piange e scappa”
e mentre lei lo dice, io penso ad un bambino che cerca di sfuggire l’ingresso dell’inferno.
sulle foto sino ad ora pubblicate
Ri-tratta è un progetto di ricerca a lungo termine che si propone di esaminare una realtà in continua evoluzione: il rapporto tra le migrazioni e il razzismo a partire dal caso della Sardegna.
Le fotografie fino ad ora pubblicate rappresentano i primi esperimenti di una piccolissima parte del corpus documentario: i ritratti.
Nelle prossime settimane potrete trovare, nella galleria fotografica, il work in progress delle altre sezioni del lavoro foto-documentario.
Il fotografo vuole inoltre precisare che NESSUNA delle fotografie pubblicate su flickr sotto le sezioni WORK IN PROGRESS sarà inclusa nell’esito finale del progetto.
stay tuned
turn on the light, please
visto che il traghetto è in ritardo, iniziamo l’intervista fuori; la luce, dorata, è quella più giusta: ammorbidisce i tratti e desatura i colori. si dice che ansel adams, l’inventore del sistema zonale, andasse a scattare solo all’alba e al tramonto e, dato che fotografava paesaggi, a volte, con la sua hasselblad medio formato e le ottiche, camminava anche per trenta km sui monti, tra gole e foreste, in cerca del luogo più poetico.
per fortuna, nicola usa nikon e nessuno dei due, temo, sarebbe in grado di camminare per più di un km con trenta chili sulle spalle. dunque, eccoci qui, sulla banchina del porto de la maddalena a fare l’intervista alla donna coi ricci: gabriella. abbiamo fatto qualche scatto che, finalmente, il traghetto da segni di vita: risaliamo in macchina e andiamo tutti e tre a infilarci nella pancia di questo pesce metallico. nel corso delle operazioni d’imbarco, la luce del tramonto è andata definitivamente giù: nicola dovrà affidarsi alle luci artificiali. e in una piattaforma a inizio scalette la resistenza giallognola di una lampada è perfetta nel creare giochi di luci e di ombre.
“cara puoi stare qui sotto? questa luce è perfetta”
“eh, ma allora bisogna sbrigarci” dice gabriella “perché appena il traghetto parte, queste luci le spengono”
detto fatto. appena mossi, hanno spento le luci. ma noi, pur incapaci di camminare all’alba sotto la neve per trenta km con trenta chili sulle spalle, siamo, a modo nostro, dei tipi tosti. mentre io rimango a chiacchierare con gabriella, nicola parte a parlare col capitano. e dopo due minuti, magicamente, le luci si riaccendono sul ponte.
“che gli hai detto?”
“niente”
“mmm”
“e vabbé gli ho detto che siamo due del national geographic e che stiamo facendo un servizio”
“beh, potevi puntare più in alto. solo il national?”
gabriella ci guarda, divertita, come fossimo due matti. come darle torto?
“hai una figlia!? beh, complimenti, non si direbbe!”
l’intervista procede sotto sguardi curiosi: non capita tutti i giorni di vedere il national geographic in azione!
circondati da tanta, morbosa, attenzione, nicola scatta a raffica e gabriella si dimostra una donna molto speciale, piena di poesia e di emozioni. ci son dei momenti in cui mi sento un arpista messo davanti ad un’arpa magica, ma con uno spartito tarmato: se pizzico la corda giusta, il suono è meraviglioso. dopo un po’ di tergiversare, però, tocco un affondo.
waiting for a boat
per essere buoni antropologi e parlare di razzismo oggi, serve efficacia. ma visti i risultati finora raggiunti da chi ne ha parlato, essere efficaci dovrebbe significare novità.
dunque l’idea alla base di ri-tratta si declina nei termini della freschezza.
il primo dei problemi è allora: come si intervista il razzismo?
quest’interrogativo si coniuga con un altro, metodologico ed altrettanto scottante: come si documenta la migrazione senza cadere nell’aridità dei numeri e delle statistiche?
se è l’efficacia che cerchiamo, di certo, quando lavoro sul campo, non penso a quella burocratica.
può, allora, la narrazione, col supporto della fotografia, costituire un mezzo capace di introdurre alla questione, di modo che la dignità di ciascuno dei soggetti in gioco non debba abdicare?
quali sono, poi, i soggetti in gioco?
quali i codici a nostra disposizione per incardinare e scardinare le pratiche preferenziali e discriminatorie?
senza dubbio, la narrazione – ma anche la mediata immediatezza delle fotografie – costituisce una pratica-di-linguaggio, una – per così dire – messa in opera; ogni autentica messa in opera, innescando momenti di dubbio, di ricerca e di scelta, comporta una tensione volta alla crescita, un’uscita dai limiti momentanei, storici e immaginifici del se in quel momento: una creazione.
ma ogni creazione è, in quanto tale, portata alla di-versione – una rotta, tracciabile solo ex post, destinata all’oltre, ma anche all’altrove.
in tal modo, laddove la messa in opera si concretizzi realizzando la diversione e l’eccentricità, ci troveremo innanzi ad una pratica di linguaggio che ci schiude la possibilità di oltrepassare l’istanza del codificato e del detto fino a quel momento.
sfruttando quella che è nota come universalità semantica, secondo me, il dovere di un ricercatore è ricordare che il ponte fra un se e un altro se è sempre edificabile, oltre che edificante.
infatti, teoricamente, il dialogo è sempre plausibile ed auspicabile.
allora, mi chiedo, come mai nella realtà questa possibilità è spesso tradita e scartata?
forse per paura e desuetudine.
temo, infatti, che pratiche come quella razzista e razzializzante prolifichino per quella strana miscela che collega, intimamente e incoscientemente, la scarsa abilità-a e la paura-di. in tal modo, forse, queste forme di pensare e di pensiero sono violentemente incorporate e innervate nella nostra visione di noi nel nostro mondo.
***
della ragazza riccia, purtroppo, non c’è più traccia. ormai è tardi, e se perdiamo anche questo traghetto, ci toccherà dormire a la maddalena. così torniamo alla ka e ci dirigiamo verso la banchina. parcheggio e, visto che il traghetto è in lieve ritardo, usciamo a prendere una meritata boccata d’aria. nicola è stanco, ma io lo sono di più, schiacciato dall’idea di dover guidare ancora tutti i km che ci separano da casa.
pensando che, male che vada, schiaccerò un pisolino in macchina, mi guardo attorno. guardo meglio. faccio due passi avanti. sgrano gli occhi più che posso. si, proprio lì, davanti al mare del porto. quella silhouette. è la ragazza coi ricci!
senza capire bene cosa sto facendo, i miei piedi coprono la distanza che mi separa dalle sue spalle. sono a due metri. si gira. le sorrido.
“beh, ora non ci puoi mica dire di no all’intervista…”
who’s?
La galleria fotografica contiene nuovi elementi.
stay tuned
where the hell is she gone?
mentre nicola continua a bombardarmi, dicendomi che fotografare, per cartier-bresson, significava “scrivere con la luce per disegnare una meditazione e catturare un frammento di realtà con un’azione immediata”, io provo, dentro di me, a chiedermi se sia possibile, evitando di scadere nella superficialità, catturare una forma antropologica di descrizione densa del ed attorno al razzismo, rilevando l’intreccio dei fili dietro all’arazzo; come possa, se mai riuscirò a cogliere una parte di quell’intreccio, scriverne, evocando il percorso di scoperta ed analisi; e, soprattutto, dove diavolo sia andata a finire la riccioluta. uscendo dal bar, nicola le si è avvicinato per chiederle un’intervista, ma la sua compagna di chiacchiere ha detto no per entrambe.
il resto del pomeriggio corre di intervista in intervista, ma i miei dubbi fondamentali proseguono tutti e tre, come tarli. in fondo la maddalena è un’isola; dovrebbe esser possibile cercare di coglierne il modo, maddalenino, di strutturare e significare il razzismo; del resto, james clifford, leggendo amitav ghosh, ci ricorda che i luoghi della postmodernità, più che isole isolate, sono talvolta più simili alle sale d’attesa di aeroporti internazionali, e che, dunque, il concetto di campo antropologico, e quello di cultura di una comunità, andrebbero un attimo ritarati. tuttavia, se la maddalena è un’isola, neanche troppo grande, e io tengo costantemente d’occhio i traghetti, quali stradine starà mettendo sotto i suoi agili piedi la donna coi ricci?
a fine serata, la tipa del g8, forse annoiata dall’omino bianco colorato col cui gel s’accompagnava al mattino, fa trillare il mio cellulare, quello uguale a quello dell’attrice.
“dove sei? sei ancora a maddalena?”
parla, ormai, come una nativa e dice a maddalena. soprattutto, ha realizzato la trasformazione linguistica che il cellulare ha portato con se. prima, quando si usava il telefono fisso, si soleva chiedere, consci di sapere dove l’altro si trovasse, come stai; ora, forse colpiti dalla mobilità che il mezzo consente, alla questione modale dell’essere, si è sostituita una propensione logistica: i mezzi cambiano e ristrutturano anche le formule della nostra curiosità.
“siamo in piazza umberto 1, davanti al porticciolo, tu?”
“dai raggiungetemi, sono in un bar in corso vittorio emanuele, sono seduta fuori.”
“che si fa?” chiedo a nicola che sta ancora pensando a come la d700 bilancia il bianco in condizioni di luce estreme.
“ovvio” risponde senza staccare gli occhi dallo schermetto nel quale si fa scorrere le foto, “si va”
dunque andiamo.
“eccovi! ma che fine avevi fatto?”
“stavamo lavorando in giro per il progetto” dico mentre ci sediamo al tavolino.
“lui è marcello e fa l’antropologo” questa ragazza, penso mentre parla e presenta, mi perplime: perché cazzo deve apporre dietro al nome di ognuno la professione che questo svolge? a che pro quest’etichetta? sembra quasi che voglia assorbirne la luce: visto che gente figa conosco!
“sono qui a maddalena perché stanno facendo un progetto di ricerca sul razzismo per l’università” e prosegue, parlando di e per noi, come fosse a parte dell’intera impresa, come fosse un’antropologa vittoriana che parla al mondo al posto dei suoi nativi: che egocentrismo!
mentre sorbiamo tea, birra e fanta, nicola tira fuori il portatile e scarica le foto per lavorarci in cs3. non potendo resistere alla curiosità, la nostra anfitriona, chiede di poter vedere il lavoro finora svolto.
nicola apre i files, e mostra i lavori portati a casa: le 6 foto selezionate sulle oltre 700 scattate.
ma proprio in quel momento, una delle mie domande fondamentali trova risposta: la riccioluta sta sfilando, a braccetto dell’amica, proprio davanti a noi!
“chiudi tutto,” dico a nicola “dobbiamo andare”
e lui non si fa pregare: chiude di colpo il portatile e d’un balzo siamo sulle tracce della donna coi ricci.
ma dove diavolo è finita di nuovo!?
la donna con i capelli ricci
Da oggi potete seguire le fotografie del viaggio sulla pagina flickr di ri-tratta.
La prima foto ritrae la donna con i capelli ricci.