ri-tratta

portraits from human dignity

Archive for Settembre 2009

being there

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mi son sempre chiesto come mai, a nessuno, sia ancora venuto in mente di progettare un software per bloccare, almeno temporaneamente, alcuni contatti telefonici nei cellulari. ci penso spesso. e ogni volta finisco per pensare che sarebbe veramente un serio passo verso il progresso. dovrebbe essere una cosa un po’ paraculesca, del tipo che il tuo cellulare risulta irraggiungibile o spento solo per quella persona o quel gruppo di persone. possibile che nessuno, alla nokia, alla apple o vattelapesca, abbia mai pensato di introdurre una simile innovazione!? altro che i-phone!!

“dimmi, nichi. no, figurati, non mi disturbi affatto. sto solo guidando con la pioggia che mi entra in macchina, un piede congelato e senza calza e sono ancora a circa duecento km da casa, per il resto tutto benissimo. il calzino? poi ti spiego. dimmi, certo, certo. non disturbi affatto, tranquillo, anzi, non vedevo l’ora di ricevere una tua chiamata. allora? com’è andata?”

mentre mi racconta, ancora abbastanza emozionato, l’esito dell’incontro, io prendo appunti mentali. insomma, le maestre non hanno gradito la mia assenza – che nicola ha motivato con improrogabili impegni di lavoro ad olbia. questo però dovrebbe farmi guadagnare punti. e tutte, di conseguenza, sono rimaste appese ad un desiderio espresso e ribadito, una curiosità da maestre: conoscere e capire meglio l’approccio antropologico che intendo dare alla vicenda. ecco, la vecchia questione! cos’è l’antropologia? cosa fa un antropologo?  buona parte del suo lavoro è cercare di rispondere a questo quesito. e così, la maggior parte di noi evita il tema, o abbozza risposte incomprensibili, oppure sorride, o rimane perplessa, sempre fingendo di esser impegnati a far qualcos’altro di estremamente importante. per fortuna ci resta da giocare la carta della ricerca sul campo, quando qualcuno ci mette alle strette e non molla la presa di questa domanda. mentre nicola continua, io mi immagino già a parlare di ricerca sul campo e comprensione del punto di vista dell’altro (in questo caso il migrante razzizzato) dinnanzi al simposio delle maestre del cosas.

“e tu che gli hai detto?”

“niente, caro. gli ho detto che venerdì, cioè dopodomani, saresti andato da solo a spiegare il tuo approccio. io mi son limitato a dir loro che sei una persona di estrema sensibilità e un professionista molto raffinato. ora tocca a te spiegargli cosa ti aspetti da loro e in cosa consiste il lavoro dell’antropologo” chiude nicola con il tono di te l’ho fatta!

tombola. eccomi là, davanti al plotone delle maestre a rispondere all’annosa questione disciplinare: cosa fa un antropologo?

a parte andare sul campo e parlare ormai un gergo incomprensibile?

sì, certo.

beh, finisce per fare della pessima letteratura, salvo rarissimi casi. un vero e proprio minestrone alla quattro salti in padella. i più furbi ci cucinano dentro anche tracce audio, video e, ovviamente, fotografie.

“ok, nico, ora chiudo che devo guidare ancora un bel po’. ci sentiamo domani”

***

in effetti, io penso proprio che questo mestiere appartenga ad una branca molto speciale della letteratura. infatti l’antropologo, come ogni vero scrittore, cerca di inventare nuove forme di narrazione e comprensione: stimolando così l’immaginazione e scheggiando le categorie con cui vediamo il mondo. se per heidegger, almeno alla fine, il filosofo è un poeta, per me l’antropologo deve esser un prosatore. la poesia è una cosa che attiene all’intimo individuale, il romanzo – che può contenere anche delle poesie o esser scritto in rima – per esser tale, deve abbracciare comunità ampie ed uscire dalle strettoie dell’ego. se la poesia parla dall’io all’io, il romanzo fa un cammino diverso, dall’io al noi nei due sensi di marcia. sono definizioni discutibili, certo, ma a quest’ora di notte e con un piede gelato, non mi viene di meglio. filosofi, poeti, romanzieri e antropologi: si tratta di uomini che parlano delle differenti forme della vita. e la vita, in tutte le sue forme, è sensazione, sensibilità, sentimento, emozione. allora, se la mettiamo così, il lavoro dell’antropologo, almeno per come lo intendo io, è quello di cogliere la poesia delle differenti forme culturali di vita, anzi, di carpirne la magia che ne sostanzia l’umanità. e poi trovare strategie testuali e narrative per restituire quello che la ricerca sul campo ha prodotto. per restare nella metafora contadina, l’antropologo non raccoglie sul campo, al limite coglie: segni e segnali di vita.

questo siamo intenzionati a fare nicola ed io: cogliere. perché siamo convinti che anche nelle condizioni più estreme, la vita, e in essa l’umanità, sappia preservare la magia che la distingue dalla non-vita. l’esser-ci, direbbe qualcuno, è sempre speciale.

to be continued

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wet not dry

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non c’è modo di vedere la strada: pioggia a fiotti, mista a grandine. la macchina ha scarso controllo e mi duole la testa, gli occhi ipnotizzati dal tergicristallo.

l’appuntamento è saltato da un pezzo. son le 19, perché rischiare?

meglio fermarsi. aspetto solo di essere in una zona dove radio e telefono abbiano copertura.

spengo il motore, tiro giù il sedile e ascolto il rombo della natura. la macchina è così malmessa che temo possa filtrarci dentro l’acqua che il cielo ci scaglia contro. vedo il mio respiro appannare il vetro, stratificandoci sopra vapore ed umidità. ma non sono veramente spaventato. intanto, a nicola farà bene prendere possesso, anche verbale, del progetto.

se riusciamo, ne verrà fuori un libro corredato da fotografie. forse una mostra. sicuramente una mostra, caro – mi direbbe nicola se sentisse questi miei pensieri. sarebbe il caso di mettere tutto in rete. ecco, questo può essere uno strumento per provare a raggiungere più persone e stabilire con loro un dialogo. potremmo costruire un sito, un blog, una pagina su flickr… e vedere e sentire gli umori. io, di sicuro, devo cambiare modo di scrivere. devo cercare un linguaggio meno raffinato e più aperto. non solo devo farmi capire, ma devo anche abbracciare le fotografie senza soffocarle e, soprattutto, contenere, nel mio, i linguaggi dei nostri intervistati. non tutti parlano un italiano forbito, ad esempio.

la pioggia continua, radiotre m’inonda di musica classica, il mio sigaro evapora nei cerchietti che non sono mai riuscito a fare e il mio cervello pensa a ritratta: obiettivi, stile e rischi. secondo me, il razzismo oggi non può essere scisso dal fenomeno migratorio. certo, la mobilità umana non lo spiega, ma ne costituisce alcune delle principali possibilità di esercizio. basta concentrarsi su un tg per capire ciò di cui sto parlando. ma se analizzare razzismo e migrazione è il nostro cammino, allora quel che ne caveremo, qualunque cosa sia, rientrerà, in qualche modo, nella letteratura e nei prodotti della scienza della migrazione.

questa mi riporta ad abdelmalek sayad, autore de la doppia assenza, e uno dei più grandi esperti di sempre in materia, essendo stato lui stesso un migrante. significativo ed ironico anche che questo lavoro sia stato composto postumo, a partire da una raccolta di articoli e appunti, da uno dei suoi migliori amici: pierre bourdieu.

sayad ammoniva sempre dal rischio di essere coinvolti nella logica normalizzante del committente di questa scienza: lo stato che, nell’affermazione di una propria forma di dominio, ancora legata ai valori ed alle retoriche dello stato-nazione, avrebbe da sempre orientato la scienza della migrazione.

da un lato, le considerazioni circa l’emigrazione e le ragioni che motivano lo spostamento e la mobilitazione di centinaia di migliaia di persone – i migranti, insomma – sarebbero visti sempre e solo dal punto di vista razzizzante di coloro che sono cittadini dello stato che accoglie.

dall’altro, questo punto di vista e questo orientare, avrebbero un doppio intento: classificare il migrante come estraneo e diverso, e spiarlo per sapere come meglio controllarlo, sfruttarlo e disfarsene celermente, se dovesse diventare superfluo o scomodo. di qui, chi aiuta queste persone, questi esseri umani, marchiati e macchiati, si trova in una posizione quantomeno scomoda: rischia di passare per sospetto e trafficante.

l’immagine di me e nicola come sospetti e trafficanti è quasi divertente.

la pioggia è diventata tollerabile. si son fatte le 21. il sigaro ha bruciato per metà e io rischio l’asfissia. non mi rimane che accendere il condizionatore per disappannare il parabrezza e ripartire.

se tutto va bene, sarò a casa prima di mezzanotte.

e invece non va bene nulla, porca puttana. il condizionatore non funziona. esce solo aria gelida! mi devo togliere un calzino, usarlo per asciugare il parabrezza, fare il resto del viaggio con un finestrino semiaperto nella pioggia, per evitare che si appanni di nuovo.

ora sì, penso, che sembro sospetto. sospetto e pronto per l’ospedale psichiatrico.

ci mancava pure il telefono.

chi sarà mai?

to be continued

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driving in the rain

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è mercoledì. piove. la mia ragazza deve prendere il treno per olbia ed essere ad arzachena entro le 16.30. ci svegliamo relativamente presto. il treno è alle 9.20.

insomma, oggi è il gran giorno. nicola ed io, alle 19, dobbiamo parlare alle maestre della scuola d’italiano per stranieri: lo stato maggiore si riunirà per concederci udienza.

nicola mi ha bombardato di chiamate, ieri. cosa diremo, come faremo, dove andremo.

è nervoso. vuole che parli io. che presenti io. che convinca io.

ma non c’è molto da dire. ancor meno da presentare. e direi che nulla e nessuno da convincere.

o ci si arriva da soli, a capire quanto è importante che questo progetto riesca in modo efficace, oppure meglio perdere subito eventuali fardelli. il progetto è giovane, e non può permettersi pesi, per ora. solo entusiasmo e iniezioni di vitalità.

dunque, si tratta di parlare e dialogare per crescere.

***

“come sarebbe che il treno è già partito??”

mai sentito di treni che partono in anticipo!

e ora che si fa?

ora si fa una seconda colazione. poi facciamo la spesa. e poi partiamo per olbia in macchina. dovrei essere di ritorno per le 19 se partiamo alle 11.

“sicuro? sono circa 600 km…”

“tranquilla”

carichiamo la spesa nel cofano e partiamo. alle 15 in punto siamo ad olbia. nicola mi chiama ogni 30 minuti per avere aggiornamenti.

“oh, mi raccomando” si preoccupa “riparti subito che se no, non arrivi in tempo”

“tranquillo”

“ma sei sicuro di arrivare in tempo?”

“sì” gli rispondo mentre azzanno un trancio di pizza “andando ad una media di 100 km/h in tre ore sono a cagliari. sono le 15, dunque sarò là per le 18 circa”

“ma poi devi cercare parcheggio, e tutto il resto”

“tranquillo, alle 19 sarò là”

***

l’orologio della ka segna le 18.55 e il telefono squilla da circa mezz’ora a intervalli sempre più stretti. evito di rispondere. sono impantanato nel peggior nubifragio della mia vita all’altezza di budoni. procedo a circa trenta km orari, coi fari sparati, le ruote (troppo lisce) che slittano e la cortina d’acqua che si apre con enorme difficoltà. qualche pazzo mi supera e scompare, così com’era apparso, nell’ignoto della 131 bis, ingoiato dal nero di cielo ed asfalto.

“pronto caro” mi fa nicola con la voce stridula e preoccupata “hai parcheggiato? stai arrivando?”

“non direi proprio”

“cioè?”

“sono a più di duecento km da cagliari. poi ti racconto. in bocca al lupo con le maestre.”

“ma..”

“te la caverai benissimo” dico e metto giù.

to be continued

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worries

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non saprei trovare una risposta, non una soddisfacente almeno, a quel che ci è successo oggi. sicuramente siamo stati incauti. forse anche un pò ingenui.

“perché ingenui?” mi chiede nicola, al quale non basta mai una sola risposta.

“beh” dico a lui per chiarire anche a me “ingenui nel senso che abbiamo dato per scontate molte cose. ad esempio, che bastasse venire qui con la nostra buona volontà per trovare disponibilità, mentre la nostra sola presenza distorce gli equilibri sui quali si reggono le dinamiche di questa scuola.”

allontanandoci, la rabbia nei confronti di carlotta, chiunque ella sia e quali che siano le ragioni profonde del suo comportamento, comincia a stemperarsi, lasciando spazio ad un’ampia gamma di riflessioni.

***

“parlo col dottor carlotti?”

“un attimo che sto parcheggiando” rispondo senza aver capito bene con chi sto parlando

“…”

“eccomi, chi parla?”

“buongiorno, sono anna maria carta, ho saputo che ieri avete avuto un incontro, come dire? non proprio sereno, con la mia collega. ma cosa è successo?”

racconto ad anna maria la mia versione, e lei, per fortuna, mi rassicura. il progetto andrà avanti.

***

“e cosa ti ha detto?”

“niente, che capisce l’incidente, e che è dispiaciuta. ma che non ci sono vere ragioni per non procedere con la collaborazione”

“dunque, per quando abbiamo appuntamento?”

“per mercoledì prossimo, di pomeriggio. vuole che esponiamo il progetto davanti a tutto il corpo docente.”

“bene, no?”


to be continued

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black skin

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tanti anni fa, appena iniziai gli studi universitari, paola tabet pubblicò un libro, la pelle giusta, nato da un’idea semplice e acuta. in poche parole, le era venuto in mente di indagare su come i bambini di elementari e medie avrebbero affrontato un tema di fantasia. invece di chiedere loro descrivi la tua famiglia, veniva chiesto: se i tuoi genitori fossero neri…

a parte tutte le altre considerazioni (ad esempio, solo pochi bambini si sono dimostrati in grado di pensare che, se i loro genitori fossero neri, anche loro lo sarebbero…), la ricerca, fra le righe, è un vero e proprio j’accuse nei confronti dei meccanismi (familiari, istituzionali e mediatici) con cui il razzismo viene instillato nelle menti dei neo-nati, fino a propagarsi e replicarsi nel corpo sociale. quell’indagine, insomma, ha il notevole pregio di denudare la macchina di questa retorica e di questo acritico consenso, mostrando gli effetti della sua efficacia e della sua pervasività.

dopo un’opportuna analisi teorica, paola tabet lascia la parola ad un campione scelto fra le migliaia di temi scritti, raccolti e analizzati.

se gli effetti sono quelli che emergono dal testo di quella ricerca, verrebbe da chiedersi di che cibo nutriamo la nostra mente. che parole lasciamo entrare nelle teste dei nostri figli? che scenari, che immaginazione permettiamo vengano loro confezionati?

in fondo, c’è una ragione se la tabet scelse come campione i bambini più piccoli: son quelli meno difesi e meno abili a mascherarsi e mascherare. come dire? in bimbo veritas…

i bambini, specie i più piccini, sono i più spietati, i più diretti. insomma, sono lo specchio meno distorto di quel che facciamo. ora, quel testo è stato pubblicato nel 1997, cosa sia accaduto in questi dodici lunghi anni, mi pare, è sotto gli occhi di tutti.

molti anni prima, quando andavo all’asilo, le mie cugine mi avevano convinto che i miei genitori mi avessero adottato, che non ero in realtà figlio di mia madre e mio padre, e che in verità io ero un bambino africano: un negretto! la mia pelle, molto scura, e i miei capelli, ricci e corvini, corroboravano inconfutabilmente le loro confidenze.

il loro racconto era così credibile, e loro me lo raccontarono così bene, che ho finito per crederci per anni. forse questa è la prima volta che ne parlo. per molto tempo, infatti, ho cercato foto di mia madre incinta di me (senza mai trovarne), o, in alternativa, i documenti dell’adozione.

***

“caro” mi dice nicola, mentre scendiamo le scale “ma, secondo te, dove abbiamo sbagliato?”

la conversazione con carlotta, in effetti, non è stata tanto proficua. ma non sempre dobbiamo farci carico dell’isteria altrui.

“non lo so” rispondo.

“perché in qualcosa dobbiamo aver sbagliato” insiste “se le cose sono andate così, non sei d’accordo?”

“non so neppure questo, ci devo pensare”

talvolta, non basta l’amore con cui noi facciamo le cose per suscitarne altrettanto.

to be continued

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how do you do

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“salve” dico spostando il mio sguardo sugli occhi della donna “stiamo cercando la presidentessa dell’associazione cosas, la signora anna maria carta. dobbiamo parlare con lei a proposito di un progetto di ricerca sul razzismo, lavoriamo per l’università di cagliari.”

“guardi che qui non si possono fare fotografie” risponde la donna ignorandomi e dirigendo le sue attenzioni sul macchinone che nicola porta appeso al collo.

“immagino” faccio per cavarlo dall’impiccio “che lei non sia l’anna maria con cui ho parlato per proporre una partecipazione al nostro progetto di ricerca.”

evidentemente questa donna, chiunque sia, non ha gradito che io abbia fatto il nome di anna maria carta, ed arguisco subito che, neppure in questo posto di apertura al prossimo, le cose procedano tanto lisce. capita, penso. meglio, dunque, cercare di circumnavigare lo scoglio. però il fatto mi tocca e mi sorprende: proprio qui, queste cose?

“io sono carlotta, ma tutti mi chiamano lotti” dice mentre si siede “di che progetto si tratta? la signora anna maria carta non ci ha detto nulla e oggi non sarà qui.”

nicola sta facendo la sua faccia da mmm annamo bene. bisogna cercare di arginare e proporre. certo i presupposti erano altri. al telefono e per mail avevo incontrato una strada spianata, piena di stimoli e disposizione allo scambio. prima ancora di parlare, sento già che oggi non sarà giornata, ma non posso non provarci.

“comunque trovo molto maleducato entrare in casa d’altri e fotografare senza permesso”

“come scusi?”

“sì, proprio quel che ho detto”

“ma scusi, signora” fa nicola che si è riscosso “le giuro che non ho scattato nulla, vede che l’obiettivo ha il tappo?”

“senta, carlotta” intervengo anche io “forse c’è stato un malinteso e siamo partiti col piede sbagliato. il nostro interesse è di collaborare con voi. stiamo cercando di sviluppare un progetto sui temi di migrazione, diversità e razzismo. abbiamo concentrato il nostro raggio d’azione su cagliari, in particolare sul quartiere della marina, e così siamo arrivati fin qui. quale posto migliore di una scuola che insegna gratuitamente l’italiano agli extracomunitari? al contrario di altri non vogliamo suscitare nessun senso di colpa, nessuna pena. piuttosto cerchiamo la magia. la dignità. il rispetto. forse siamo ingenui, ma cos’altro vale la pena?”

“certo, certo, bellezza ed amore… intanto però dovreste imparare un po’ di educazione.”

tutti la chiamano lotti. nomen omen.

to be continued

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Written by ritratta

Settembre 4, 2009 alle 10:31 am