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portraits from human dignity

being there

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mi son sempre chiesto come mai, a nessuno, sia ancora venuto in mente di progettare un software per bloccare, almeno temporaneamente, alcuni contatti telefonici nei cellulari. ci penso spesso. e ogni volta finisco per pensare che sarebbe veramente un serio passo verso il progresso. dovrebbe essere una cosa un po’ paraculesca, del tipo che il tuo cellulare risulta irraggiungibile o spento solo per quella persona o quel gruppo di persone. possibile che nessuno, alla nokia, alla apple o vattelapesca, abbia mai pensato di introdurre una simile innovazione!? altro che i-phone!!

“dimmi, nichi. no, figurati, non mi disturbi affatto. sto solo guidando con la pioggia che mi entra in macchina, un piede congelato e senza calza e sono ancora a circa duecento km da casa, per il resto tutto benissimo. il calzino? poi ti spiego. dimmi, certo, certo. non disturbi affatto, tranquillo, anzi, non vedevo l’ora di ricevere una tua chiamata. allora? com’è andata?”

mentre mi racconta, ancora abbastanza emozionato, l’esito dell’incontro, io prendo appunti mentali. insomma, le maestre non hanno gradito la mia assenza – che nicola ha motivato con improrogabili impegni di lavoro ad olbia. questo però dovrebbe farmi guadagnare punti. e tutte, di conseguenza, sono rimaste appese ad un desiderio espresso e ribadito, una curiosità da maestre: conoscere e capire meglio l’approccio antropologico che intendo dare alla vicenda. ecco, la vecchia questione! cos’è l’antropologia? cosa fa un antropologo?  buona parte del suo lavoro è cercare di rispondere a questo quesito. e così, la maggior parte di noi evita il tema, o abbozza risposte incomprensibili, oppure sorride, o rimane perplessa, sempre fingendo di esser impegnati a far qualcos’altro di estremamente importante. per fortuna ci resta da giocare la carta della ricerca sul campo, quando qualcuno ci mette alle strette e non molla la presa di questa domanda. mentre nicola continua, io mi immagino già a parlare di ricerca sul campo e comprensione del punto di vista dell’altro (in questo caso il migrante razzizzato) dinnanzi al simposio delle maestre del cosas.

“e tu che gli hai detto?”

“niente, caro. gli ho detto che venerdì, cioè dopodomani, saresti andato da solo a spiegare il tuo approccio. io mi son limitato a dir loro che sei una persona di estrema sensibilità e un professionista molto raffinato. ora tocca a te spiegargli cosa ti aspetti da loro e in cosa consiste il lavoro dell’antropologo” chiude nicola con il tono di te l’ho fatta!

tombola. eccomi là, davanti al plotone delle maestre a rispondere all’annosa questione disciplinare: cosa fa un antropologo?

a parte andare sul campo e parlare ormai un gergo incomprensibile?

sì, certo.

beh, finisce per fare della pessima letteratura, salvo rarissimi casi. un vero e proprio minestrone alla quattro salti in padella. i più furbi ci cucinano dentro anche tracce audio, video e, ovviamente, fotografie.

“ok, nico, ora chiudo che devo guidare ancora un bel po’. ci sentiamo domani”

***

in effetti, io penso proprio che questo mestiere appartenga ad una branca molto speciale della letteratura. infatti l’antropologo, come ogni vero scrittore, cerca di inventare nuove forme di narrazione e comprensione: stimolando così l’immaginazione e scheggiando le categorie con cui vediamo il mondo. se per heidegger, almeno alla fine, il filosofo è un poeta, per me l’antropologo deve esser un prosatore. la poesia è una cosa che attiene all’intimo individuale, il romanzo – che può contenere anche delle poesie o esser scritto in rima – per esser tale, deve abbracciare comunità ampie ed uscire dalle strettoie dell’ego. se la poesia parla dall’io all’io, il romanzo fa un cammino diverso, dall’io al noi nei due sensi di marcia. sono definizioni discutibili, certo, ma a quest’ora di notte e con un piede gelato, non mi viene di meglio. filosofi, poeti, romanzieri e antropologi: si tratta di uomini che parlano delle differenti forme della vita. e la vita, in tutte le sue forme, è sensazione, sensibilità, sentimento, emozione. allora, se la mettiamo così, il lavoro dell’antropologo, almeno per come lo intendo io, è quello di cogliere la poesia delle differenti forme culturali di vita, anzi, di carpirne la magia che ne sostanzia l’umanità. e poi trovare strategie testuali e narrative per restituire quello che la ricerca sul campo ha prodotto. per restare nella metafora contadina, l’antropologo non raccoglie sul campo, al limite coglie: segni e segnali di vita.

questo siamo intenzionati a fare nicola ed io: cogliere. perché siamo convinti che anche nelle condizioni più estreme, la vita, e in essa l’umanità, sappia preservare la magia che la distingue dalla non-vita. l’esser-ci, direbbe qualcuno, è sempre speciale.

to be continued

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