Archive for Ottobre 2009
come back to the future
siamo tornati a la maddalena. giusto un anno dopo. è un ritorno all’inizio. con sorprese, ovviamente. l’acqua, usa dire, non è mai la stessa. anzitutto, scopriamo che al posto del centro di aggregazione culturale dove abbiamo cominciato scatti e interviste, son stati trasferiti gli uffici dell’anagrafe. lo sportello è praticamente sulla strada, e la gente, in fila, si confonde con passanti e turisti. non c’è bisogno, fra me e nicola, di parole. riniziamo da qui. dalla scritta stranieri sul cartello dell’anagrafe. mentre io mi metto in fila, nicola si allontana per far qualche foto.
riprendere da qui, da questo posto trasformato, è una buona occasione per verificare e testare tutte le metamorfosi, penso mentre aspetto. e ricordo anche il nervosismo da prima volta di giusto un anno fa. sembrano passate un paio di vite.
nicola torna giusto quando l’impiegata mi saluta.
“buongiorno, lavoriamo per l’università di cagliari e giusto un anno fa, in questa stanza, abbiamo iniziato un progetto su razzismo e migrazione. abbiamo fatto la prima foto-intervista proprio dove ora lei si trova seduta.”
l’impiegata mi stoppa. lei e i suoi colleghi son solo dei semplici impiegati. c’è la legge sulla privacy. per anche anche poche domande, dobbiamo prima ottenere il lasciapassare dal loro dirigente: il dottor mallu.
“bene, dove lo possiamo trovare?”
per raggiungerlo, saliamo delle scalette kafkiane. siamo nei piani alti dell’anagrafe maddalenina. il caposettore dottor mallu è in riunione. mentre attendiamo, un uomo, che non so chi sia, mi parla contento e mi da una pacca sulla spalla. potrebbe essere mio padre, che però è sempre molto parco di effusioni. prende a raccontarmi di quando era studente universitario a cagliari: scienze politiche. ricorda per noi l’università.
“è sempre uguale?” mi chiede, e poi aggiunge “ai miei tempi c’erano pochi luminari e molti coglioni!”
lo guardo, e gli dico: “beh, dipende da quanti pochi fossero, ai suoi tempi, i luminari.”
“eccomi tutto per voi.” ci interrompe la voce di un uomo brizzolato sulla sessantina. è il dottor mallu, che ci cava dall’impaccio di parlare dell’accademia.
entriamo in un ufficio che sa di bugigattolo, e parliamo. dato che lo immagino molto impegnato, vado subito al sodo. gli racconto del progetto che è iniziato qua sotto giusto un anno fa. mentre parlo, fa perennemente di sì con la testa. poi alza il telefono e chiama i suoi dabbasso. le nostre richieste, a quanto pare, sollevano parecchie obiezioni e perplessità: che tipo di domande vogliono farci?
“bah,” risponde il dottor mallu, prima di mettere giù “domande generiche.”
poi torna a noi. ci dice che la maddalena, storicamente, ha conosciuto e conosce una discreta presenza extracomunitaria: rumeni, senegalesi soprattutto. ma anche pakistani, indiani, cingalesi, gente del bangladesh. ah, ovviamente non mancano gli immancabili cinesi e qualche sudamericano – conclude soddisfatto come avesse snocciolato un intero rosario. lo guardo sorpreso e dico “e i nordamericani, no? non sono extracomunitari anche loro a stretto rigor di legge?”
nei suoi occhi, riesco a leggere un frammento di dubbio, come non ci avesse mai pensato prima. poi, riscuotendosi, mi dà ragione e conferma: già a stretto rigor di legge.
comunque, ora sono molti meno, con la chiusura della base militare.
cominciamo a ritroso le scalette, e varchiamo la porta dell’anagrafe. gli impiegati, un uomo e una donna entrambi sulla quarantina, sono visibilmente tesi e infastiditi. l’uomo, poi, guarda nicola e gli dice cosa abbia mai intenzione di fotografare. “guardi” fa nicola “intendiamoci, io se non ho delle liberatorie, non scatto nulla”
“beh, allora qui non scatterai nulla” risponde l’uomo compiaciuto.
io nel frattempo, mentre faccio cenno di sedermi, guardo la donna e le dico che il dottor mallu ci ha dato l’ok.
“se per voi non costituisce un peso, vorremmo solo fare qualche semplice domanda sulla presenza extracomunitaria a la maddalena.”
“beh” fa la donna che si è ulteriormente irrigidita quando ho pronunciato la parola razzismo, “non c’è molto da dire.”
“ah” le rispondo senza terminare di sedermi e rimettendomi del tutto in piedi. “bene, se è così, noi possiamo andare. grazie. arrivederci.”
mentre i nostri piedi sono già in strada, da dentro l’ufficio ci raggiunge la voce della donna: saranno 607, forse 608.
t/asking
ogni volta che dormiamo, per un paio di lunghi minuti, i nostri occhi fremono sotto le palpebre. il sogno, come il sonno, è fondamentale per l’essere umano. molti si chiedono se gli animali sognino. il delfino, pare, dorme con un emisfero per volta. non facesse così, dormisse come noi, beh… affogherebbe nell’oceano. non sappiamo se sogni. forse lo fanno le scimmie superiori. ma anche questo è dubbio. cosa potrebbe sognare un delfino? e un gorilla? e uno scimpanzé?
secondo me, i miei gatti sognano. rudi, il più piccolo, dopo che si addormenta, si mette pancia in su e, all’improvviso, comincia ad agitare le zampe, si contorce, si allunga. e io mi chiedo sempre cosa sogni quando fa così e a volte, in barba alla ragione, gli domando: rudi, che sogni?
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ci sono sogni che sai essere sogni.
ci sono sogni che pensi siano realtà.
poi… c’è l’onirico – che non sai mai cos’è.
la coscienza e l’immaginazione, il percetto e la fantasia, in questi casi, si sospendono a vicenda, lasciandoci interdetti – forse addirittura contaminati. non si tratta più, come direbbe aristotele nella sua poetica, di distinguere vero e falso, e verosimile da inverosimile. il nostro principio di realtà muta e semplicemente ci troviamo sospesi sull’orizzonte di un altro mondo, la nostra coscienza espansa sull’abisso della possibilità, ai bordi dell’ universo.
il vero è anche falso, l’inverosimile possibile.
quando sogni così, non ti risvegli mai del tutto. la memoria ti lascia il dubbio. non c’è l’amarezza da sogno interrotto. né la gioia che l’incubo era solo quello, un incubo. semplicemente, una parte di noi, non saprei dire quale, rimane affacciata. come in attesa. non si torna. non si ritorna. si può solo andare con un passo diverso.
se la catarsi dell’incubo anestetizza le nostre paure, se il sogno orgasmico, per qualche momento, ci spalanca alla felicità, allora tanto i bei sogni che gli incubi, per chiamarli in qualche modo, rispondono a degli insoluti. o, per dirla con freud, si può tentare una spiegazione funzionale che razionalizza il fenomeno: i sogni, e gli incubi, sublimano i desideri più reconditi, le ambizioni ed aspirazioni più riposte, le pulsioni più segrete e dolorose.
tuttavia, queste spiegazioni non spiegano l’onirico.
se sogni e incubi danno risposte a domande già poste, forse l’onirico pone nuove domande, trasformandoci.
ma cos’è una domanda?
ci sono sogni e sogni, insomma.
ma c’è anche un sonno senza sogni. pesante. che non ristora, che non drena, né sublima, né purifica. ti lascia esattamente com’eri: senza domande, senza risposte.
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ho passato gran parte della mia infanzia a sentir mia madre che mi parlava di un uomo chiamato martin luther king. tuttavia io, nato appena sette anni dopo la sua morte, ero troppo piccolo per capire bene chi fosse e cosa volesse.
oggi, che sono un uomo, so che nel 1964 è stato insignito del premio nobel, il più giovane nobel per la pace di sempre. so che era un pastore protestante, un politico, un pacifista, il leader di uno dei più importanti movimenti per i diritti civili. quando ero bambino, dai racconti di mia madre, avevo capito solo che era nero e che questo aveva a che fare col suo assassinio: erano le 18:01 del 4 aprile del 1968, martin luther king aveva appena 39 anni, e, mentre si affacciava al balcone della sua stanza al secondo piano di un hotel di memphis, una sola pallottola, sparata da un fucile di precisione, gli ha trapassato il cranio.
martin luther king aveva un sogno. un sogno semplice, quasi naturale. non saprei dire che tipo di sogno fosse.
forse il suo era solo un sogno giusto. tanto da meritare il silenzio.
bang
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in un articolo contenuto in la cultura del romanzo, e intitolato dall’oralità alla scrittura, l’antropologo jack goody, esperto di culture orali, scrive: la forma narrativa del caso clinico non si produce spontaneamente, ma viene sollecitata, e di conseguenza creata su misura: si tratta inoltre del prodotto di una società dotata di scrittura e di procedure connesse alla scrittura; essa rappresenta… un assemblaggio di frammenti montati in modo da creare una continuità narrativa che non si presenta mai (o molto di rado) al ricercatore. a noi sembra naturale fornire un compendio narrativo delle nostre vite per un curriculum o per esporlo a un analista, per un diario o un’autobiografia. ma siamo sicuri che sia così per le culture orali?… direi piuttosto che sono io, l’antropologo, lo psicologo, lo storico, a cercare di costruire storie di vita (o storie di altro tipo) a partir dai frammenti di conoscenza che incontro sul mio cammino, o dall’ardua lotta per far sì che l’informatore risponda alle mie domande, articolando dunque per me un discorso che non farebbe in nessun’altra occasione. le storie di tipo biografico non emergono spontaneamente, sono pesantemente costruite. la storia non si limita a riportare i “fatti”, ma fornisce loro una forma narrativa a partire da frammenti di esperienza che si presentano in modo molto differente.
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“bene” dico alle tante maestre ed all’unico maschio “dato che non ci sono domande, avrei finito. ci vediamo la settimana prossima.”
to be continued
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face and tales
“dunque, anna maria, voi di preciso cosa vi aspettate da me?”
trovo sempre difficile rompere il ghiaccio. d’altra parte, mi pare, qui ci sono delle aspettative nei miei confronti: l’antropologo. il lavoro di nicola, infatti, è assai più chiaro. ha uno strumento, la macchina fotografica, e i risultati sono immediati o quasi, questo è uno dei grandi pregi della fotodigitale: se ti porti dietro un computer puoi vedere il raw in tempo reale – scatti, scarichi il file e, il tempo che photoshop lo apra, il raw è visibile. e per la maggior parte delle persone, questo basta e avanza.
ma… e l’antropologo che fa… di preciso, in questo caso?
“allora” esordisco cercando di guardare tutte le maestre e di non escluderne nessuna, neppure l’unico maschio. “mercoledì, il mio collega, nicola, vi ha parlato a grandi linee della nostra idea. in poche parole, vorremmo sensibilizzare il maggior numero di persone possibili al tema del razzismo, che oggi sta tornando in modo sempre più travolgente. abbiamo pensato, inizialmente, di fotografare delle persone mentre ne parlano e di farci una mostra fotografica e, perché no, magari un libro. ad ogni persona fotograficamente rilevante, pensavamo, avremmo associato la frase più significativa scaturita dal dialogo. siamo partiti da la maddalena” mentre lo dico, spero che a nessuno di loro, maschio incluso, salti in mente di chiedermi perché proprio da la maddalena: sarebbe imbarazzante far capire loro che, nonostante quel luogo sia stato scelto per correre dietro ad una donna, il progetto è stato portato avanti con alta serietà scientifica.
“perché da la maddalena?” chiede invece una delle maestre
“beh” dico io dissimulando e incassando “un luogo vale l’altro, no? poi abbiamo capito di non poter battere a tappeto tutta la sardegna, e alla fine ci siamo concentrati su cagliari, anche perché il progetto, nel frattempo, ha subito una trasformazione: secondo noi, il razzismo, oggi, è fortemente legato alla migrazione e dato che non volevamo ricorrere a questionari tipo istat, dovevamo ridurre il raggio della ricerca. più che espanderci come l’edera, abbiamo deciso di fare come quegli alberi che affondano le loro radici nel terreno: quando arriva l’onda, la prima viene strappata via, i secondi, talvolta, resistono. per questa ragione, dopo aver scelto cagliari, abbiamo individuato nel quartiere della marina una delle zone di maggior interesse. e qui, ovviamente, non poteva sfuggirci l’importanza della vostra realtà. vorremmo che ci aiutaste a creare delle relazioni con la magia dei vostri ragazzi. l’obiettivo è narrare insieme le loro storie. la fotografia è un modo, molto raffinato, di spaziare in queste sfere, cogliendone la schiuma e la scia. mentre parlare e narrare significa porsi il problema di capire. e oggi, mi pare, non ci sono molte cose più importanti della comprensione interculturale reciproca e dell’elaborazione di strategie di contatto e conoscenza.”
mi sento a lezione, non vola una mosca e tutti si aspettano o che li illumini o che dica una fregnaccia per decidere se sono un idiota. dunque, vado avanti.
“narrare le loro storie, narrarle insieme, è anche offrirgli la possibilità di comprendere meglio la nostra cultura. e qui lo scambio comincia a farsi reciproco. la responsabilità condivisa. allo stesso modo, dalle storie dei migranti non possono essere escluse persone come voi, né quest’istituzione: come direbbe bhabha qui ci troviamo in un luogo liminale e marginale per eccellenza. la regione e le amministrazioni locali vi danno scarsi sostegni economici e la maggior parte dei nostri concittadini vi ignora. eppure, secondo me, il compito che vi siete assunti è indispensabile. non siete un’associazione culturale che pratica l’autorazzismo, promuovendo la diversità fino a trasformarla in un brand, in un gadget da vendere o esibire ai bianchi alternativi. siete una associazione che si pone un problema serio e concreto: quello del superamento della barriera linguistica.”
le facce davanti a me sono tese nello sforzo di capire cosa ci sia veramente sotto. dunque, abbandono l’esposizione scientifico-idealista e passo al concreto.
“allora, se voi ci date una mano, permettendoci di seguire le vostre lezioni e di fare delle foto, parlando con le persone che vengono qui, tutti extracomunitari e migranti, alcuni senza passaporto o provenienti dai cpt… beh… direi che al momento della mostra fotografica, il vostro contributo e la vostra cooperazione verranno sottolineati: molte persone che ignorano la vostra esistenza ne verrebbero a conoscenza e magari non vi sarà più così arduo reperire fondi. anche questo” dico con tono conclusivo “è uno scambio ed una richiesta di cooperazione”.
ora che vedono qualcosa di concreto, la maggior parte degli sguardi si distende e comprende. anche io posso essere utile.
“ci sono domande?”