come back to the future
siamo tornati a la maddalena. giusto un anno dopo. è un ritorno all’inizio. con sorprese, ovviamente. l’acqua, usa dire, non è mai la stessa. anzitutto, scopriamo che al posto del centro di aggregazione culturale dove abbiamo cominciato scatti e interviste, son stati trasferiti gli uffici dell’anagrafe. lo sportello è praticamente sulla strada, e la gente, in fila, si confonde con passanti e turisti. non c’è bisogno, fra me e nicola, di parole. riniziamo da qui. dalla scritta stranieri sul cartello dell’anagrafe. mentre io mi metto in fila, nicola si allontana per far qualche foto.
riprendere da qui, da questo posto trasformato, è una buona occasione per verificare e testare tutte le metamorfosi, penso mentre aspetto. e ricordo anche il nervosismo da prima volta di giusto un anno fa. sembrano passate un paio di vite.
nicola torna giusto quando l’impiegata mi saluta.
“buongiorno, lavoriamo per l’università di cagliari e giusto un anno fa, in questa stanza, abbiamo iniziato un progetto su razzismo e migrazione. abbiamo fatto la prima foto-intervista proprio dove ora lei si trova seduta.”
l’impiegata mi stoppa. lei e i suoi colleghi son solo dei semplici impiegati. c’è la legge sulla privacy. per anche anche poche domande, dobbiamo prima ottenere il lasciapassare dal loro dirigente: il dottor mallu.
“bene, dove lo possiamo trovare?”
per raggiungerlo, saliamo delle scalette kafkiane. siamo nei piani alti dell’anagrafe maddalenina. il caposettore dottor mallu è in riunione. mentre attendiamo, un uomo, che non so chi sia, mi parla contento e mi da una pacca sulla spalla. potrebbe essere mio padre, che però è sempre molto parco di effusioni. prende a raccontarmi di quando era studente universitario a cagliari: scienze politiche. ricorda per noi l’università.
“è sempre uguale?” mi chiede, e poi aggiunge “ai miei tempi c’erano pochi luminari e molti coglioni!”
lo guardo, e gli dico: “beh, dipende da quanti pochi fossero, ai suoi tempi, i luminari.”
“eccomi tutto per voi.” ci interrompe la voce di un uomo brizzolato sulla sessantina. è il dottor mallu, che ci cava dall’impaccio di parlare dell’accademia.
entriamo in un ufficio che sa di bugigattolo, e parliamo. dato che lo immagino molto impegnato, vado subito al sodo. gli racconto del progetto che è iniziato qua sotto giusto un anno fa. mentre parlo, fa perennemente di sì con la testa. poi alza il telefono e chiama i suoi dabbasso. le nostre richieste, a quanto pare, sollevano parecchie obiezioni e perplessità: che tipo di domande vogliono farci?
“bah,” risponde il dottor mallu, prima di mettere giù “domande generiche.”
poi torna a noi. ci dice che la maddalena, storicamente, ha conosciuto e conosce una discreta presenza extracomunitaria: rumeni, senegalesi soprattutto. ma anche pakistani, indiani, cingalesi, gente del bangladesh. ah, ovviamente non mancano gli immancabili cinesi e qualche sudamericano – conclude soddisfatto come avesse snocciolato un intero rosario. lo guardo sorpreso e dico “e i nordamericani, no? non sono extracomunitari anche loro a stretto rigor di legge?”
nei suoi occhi, riesco a leggere un frammento di dubbio, come non ci avesse mai pensato prima. poi, riscuotendosi, mi dà ragione e conferma: già a stretto rigor di legge.
comunque, ora sono molti meno, con la chiusura della base militare.
cominciamo a ritroso le scalette, e varchiamo la porta dell’anagrafe. gli impiegati, un uomo e una donna entrambi sulla quarantina, sono visibilmente tesi e infastiditi. l’uomo, poi, guarda nicola e gli dice cosa abbia mai intenzione di fotografare. “guardi” fa nicola “intendiamoci, io se non ho delle liberatorie, non scatto nulla”
“beh, allora qui non scatterai nulla” risponde l’uomo compiaciuto.
io nel frattempo, mentre faccio cenno di sedermi, guardo la donna e le dico che il dottor mallu ci ha dato l’ok.
“se per voi non costituisce un peso, vorremmo solo fare qualche semplice domanda sulla presenza extracomunitaria a la maddalena.”
“beh” fa la donna che si è ulteriormente irrigidita quando ho pronunciato la parola razzismo, “non c’è molto da dire.”
“ah” le rispondo senza terminare di sedermi e rimettendomi del tutto in piedi. “bene, se è così, noi possiamo andare. grazie. arrivederci.”
mentre i nostri piedi sono già in strada, da dentro l’ufficio ci raggiunge la voce della donna: saranno 607, forse 608.