ri-tratta

portraits from human dignity

Archivio per marzo 2010

telling tales

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da bambino, sebbene allora mi mancassero le parole per dirlo, ho sempre creduto che ciascuno attorno a me fosse una storia. soprattutto, pensavo che ognuno ne avesse una da raccontare – non necessariamente la sua -  e che narrarla equivalesse a dire “eccomi, ci sono”.

ho passato gran parte della mia adolescenza a fare i conti con l’ansia di storie altrui, proponendo in cambio la mia. sbagliavo. nessuno narra la sua storia in uno scambio. non c’è mercato. non ancora almeno.

serve l’occasione, si necessita di spazio. ma quando questa arriva o quello ci si apre dinnanzi, è raro che uno non racconti, anche solo per cedere un poco di peso. comunicare in fondo è condividere, dicono gli esperti, ma condividere, verrebbe da pensare, è crescere.

e quando capita, quando ci sentiamo protetti e sicuri, è raro che qualcuno rinunci.

la mia storia è anche il mio lavoro: narrare le storie che trovo.

***

valeria ha quasi quarant’anni, vive in italia praticamente da sempre.

di suo padre non ci dice molto.

“era un legionario” ci racconta “da guasila, dove è nato, ha finito per essere scaraventato nella guerra di liberazione del vietnam dalla francia, ha disertato, è stato catturato, messo in un campo di concentramento e poi, liberato, è rimasto a vivere là per qualche tempo. è così che ha conosciuto mia madre. ho due sorelle e due fratelli, mia madre è vietnamita. io sono la più piccola.”

quando era ancora piccola, molto piccola, suo padre, d’accordo con sua moglie, ha deciso di chiudere il cerchio: è tornato a guasila, a casa dei genitori. valeria e i suoi fratelli son cresciuti coi cugini.

“hai mai subito delle discriminazioni?” le chiedo a bruciapelo.

la mia domanda la sorprende, non se l’aspettava: nonostante i tratti orientali, si sente italiana.

“per cosa?” risponde

“beh, discriminazioni razziali, intendevo…”

“no, certo che no” si stizzisce, poi riflette e aggiunge “non in italia, almeno. mi è capitato di subirne a londra. sai volevo imparare l’inglese e allora mi sono trasferita a vivere là e ho trovato lavoro in un albergo. il lavoro mi piaceva, ma il resto meno, così, imparato l’inglese, sono tornata a casa.”

mentre parla, sottolineo la parola casa: per lei qui è casa, penso.

a discriminarla erano gli arabi, per lo più.

nulla di nuovo sotto al sole: è la guerra tra i più poveri, come sempre.

valeria ha un diploma universitario – è un’informatica – e ora, a parte il lavoro, si è iscritta in scienze politiche.

“cosa ricordi della tua vita in vietnam?”

non ricorda molto, eppure, l’anno scorso, è tornata anche lei alle origini, a quelle sue radici sospese, come un rampicante. è andata per accompagnare sua madre, ormai avanti con gli anni, e a trovare i suoi parenti.

e là si sentiva europea.

il sole cala e nicola, profittando delle luci del bar, comincia a scattare.

il clima si fa di colpo più disteso, e valeria, poco a poco, si apre.

“dunque, sei nata in vietnam, ma poi vi siete trasferiti a guasila e ora vivi a cagliari, un paio di appartamenti sopra tua madre, nello stesso palazzo. come mai?”

il paese, ad un certo punto, ha cominciato ad andar stretto.

“perché?”

“c’era di mezzo anche il lavoro, mia madre lavorava a cagliari.”

quell’anche mi sembra una porta interessante da varcare.

“una donna vietnamita a guasila non doveva essere proprio normale, negli anni settanta?” dico, cercando di aprire senza fare rumore.

“in effetti, mia zia, la sorella di mio padre, non vedeva tanto di buon occhio mia madre, era molto dura con lei. e anche con noi, ci trattava un po’ come fossimo stranieri.”

oggi valeria è un’impiegata amministrativa che lavora con contratti a progetto.

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