ri-tratta

portraits from human dignity

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come back to the future

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siamo tornati a la maddalena. giusto un anno dopo. è un ritorno all’inizio. con sorprese, ovviamente. l’acqua, usa dire, non è mai la stessa. anzitutto, scopriamo che al posto del centro di aggregazione culturale dove abbiamo cominciato scatti e interviste, son stati trasferiti gli uffici dell’anagrafe. lo sportello è praticamente sulla strada, e la gente, in fila, si confonde con passanti e turisti. non c’è bisogno, fra me e nicola, di parole. riniziamo da qui. dalla scritta stranieri sul cartello dell’anagrafe. mentre io mi metto in fila, nicola si allontana per far qualche foto.

riprendere da qui, da questo posto trasformato, è una buona occasione per verificare e testare tutte le metamorfosi, penso mentre aspetto. e ricordo anche il nervosismo da prima volta di giusto un anno fa. sembrano passate un paio di vite.

nicola torna giusto quando l’impiegata mi saluta.

“buongiorno, lavoriamo per l’università di cagliari e giusto un anno fa, in questa stanza, abbiamo iniziato un progetto su razzismo e migrazione. abbiamo fatto la prima foto-intervista proprio dove ora lei si trova seduta.”

l’impiegata mi stoppa. lei e i suoi colleghi son solo dei semplici impiegati. c’è la legge sulla privacy. per anche anche poche domande, dobbiamo prima ottenere il lasciapassare dal loro dirigente: il dottor mallu.

“bene, dove lo possiamo trovare?”

per raggiungerlo, saliamo delle scalette kafkiane. siamo nei piani alti dell’anagrafe maddalenina. il caposettore dottor mallu è in riunione. mentre attendiamo, un uomo, che non so chi sia, mi parla contento e mi da una pacca sulla spalla. potrebbe essere mio padre, che però è sempre molto parco di effusioni. prende a raccontarmi di quando era studente universitario a cagliari: scienze politiche. ricorda per noi l’università.

“è sempre uguale?” mi chiede, e poi aggiunge “ai miei tempi c’erano pochi luminari e molti coglioni!”

lo guardo, e gli dico: “beh, dipende da quanti pochi fossero, ai suoi tempi, i luminari.”

“eccomi tutto per voi.” ci interrompe la voce di un uomo brizzolato sulla sessantina. è il dottor mallu, che ci cava dall’impaccio di parlare dell’accademia.

entriamo in un ufficio che sa di bugigattolo, e parliamo. dato che lo immagino molto impegnato, vado subito al sodo. gli racconto del progetto che è iniziato qua sotto giusto un anno fa. mentre parlo, fa perennemente di sì con la testa. poi alza il telefono e chiama i suoi dabbasso. le nostre richieste, a quanto pare, sollevano parecchie obiezioni e perplessità: che tipo di domande vogliono farci?

“bah,” risponde il dottor mallu, prima di mettere giù “domande generiche.”

poi torna a noi. ci dice che la maddalena, storicamente, ha conosciuto e conosce una discreta presenza extracomunitaria: rumeni, senegalesi soprattutto. ma anche pakistani, indiani, cingalesi, gente del bangladesh. ah, ovviamente non mancano gli immancabili cinesi e qualche sudamericano – conclude soddisfatto come avesse snocciolato un intero rosario. lo guardo sorpreso e dico “e i nordamericani, no? non sono extracomunitari anche loro a stretto rigor di legge?”

nei suoi occhi, riesco a leggere un frammento di dubbio, come non ci avesse mai pensato prima. poi, riscuotendosi, mi dà ragione e conferma: già a stretto rigor di legge.

comunque, ora sono molti meno, con la chiusura della base militare.

cominciamo a ritroso le scalette, e varchiamo la porta dell’anagrafe. gli impiegati, un uomo e una donna entrambi sulla quarantina, sono visibilmente tesi e infastiditi. l’uomo, poi, guarda nicola e gli dice cosa abbia mai intenzione di fotografare. “guardi” fa nicola “intendiamoci, io se non ho delle liberatorie, non scatto nulla”

“beh, allora qui non scatterai nulla” risponde l’uomo compiaciuto.

io nel frattempo, mentre faccio cenno di sedermi, guardo la donna e le dico che il dottor mallu ci ha dato l’ok.

“se per voi non costituisce un peso, vorremmo solo fare qualche semplice domanda sulla presenza extracomunitaria a la maddalena.”

“beh” fa la donna che si è ulteriormente irrigidita quando ho pronunciato la parola razzismo, “non c’è molto da dire.”

“ah” le rispondo senza terminare di sedermi e rimettendomi del tutto in piedi. “bene, se è così, noi possiamo andare. grazie. arrivederci.”

mentre i nostri piedi sono già in strada, da dentro l’ufficio ci raggiunge la voce della donna: saranno 607, forse 608.

t/asking

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ogni volta che dormiamo, per un paio di lunghi minuti, i nostri occhi fremono sotto le palpebre. il sogno, come il sonno, è fondamentale per l’essere umano. molti si chiedono se gli animali sognino. il delfino, pare, dorme con un emisfero per volta. non facesse così, dormisse come noi, beh… affogherebbe nell’oceano. non sappiamo se sogni. forse lo fanno le scimmie superiori. ma anche questo è dubbio. cosa potrebbe sognare un delfino? e un gorilla? e uno scimpanzé?

secondo me, i miei gatti sognano. rudi, il più piccolo, dopo che si addormenta, si mette pancia in su e, all’improvviso, comincia ad agitare le zampe, si contorce, si allunga. e io mi chiedo sempre cosa sogni quando fa così e a volte, in barba alla ragione, gli domando: rudi, che sogni?

***

ci sono sogni che sai essere sogni.

ci sono sogni che pensi siano realtà.

poi… c’è l’onirico – che non sai mai cos’è.

la coscienza e l’immaginazione, il percetto e la fantasia, in questi casi, si sospendono a vicenda, lasciandoci interdetti – forse addirittura contaminati. non si tratta più, come direbbe aristotele nella sua poetica, di distinguere vero e falso, e verosimile da inverosimile. il nostro principio di realtà muta e semplicemente ci troviamo sospesi sull’orizzonte di un altro mondo, la nostra coscienza espansa sull’abisso della possibilità, ai bordi dell’ universo.

il vero è anche falso, l’inverosimile possibile.

quando sogni così, non ti risvegli mai del tutto. la memoria ti lascia il dubbio. non c’è l’amarezza da sogno interrotto. né la gioia che l’incubo era solo quello, un incubo. semplicemente, una parte di noi, non saprei dire quale, rimane affacciata. come in attesa. non si torna. non si ritorna. si può solo andare con un passo diverso.

se la catarsi dell’incubo anestetizza le nostre paure, se il sogno orgasmico, per qualche momento, ci spalanca alla felicità, allora tanto i bei sogni che gli incubi, per chiamarli in qualche modo, rispondono a degli insoluti. o, per dirla con freud, si può tentare una spiegazione funzionale che razionalizza il fenomeno: i sogni, e gli incubi, sublimano i desideri più reconditi, le ambizioni ed aspirazioni più riposte, le pulsioni più segrete e dolorose.

tuttavia, queste spiegazioni non spiegano l’onirico.

se sogni e incubi danno risposte a domande già poste, forse l’onirico pone nuove domande, trasformandoci.

ma cos’è una domanda?

ci sono sogni e sogni, insomma.

ma c’è anche un sonno senza sogni. pesante. che non ristora, che non drena, né sublima, né purifica. ti lascia esattamente com’eri: senza domande, senza risposte.

***

ho passato gran parte della mia infanzia a sentir mia madre che mi parlava di un uomo chiamato martin luther king. tuttavia io, nato appena sette anni dopo la sua morte, ero troppo piccolo per capire bene chi fosse e cosa volesse.

oggi, che sono un uomo, so che nel 1964 è stato insignito del premio nobel, il più giovane nobel per la pace di sempre. so che era un pastore protestante, un politico, un pacifista, il leader di uno dei più importanti movimenti per i diritti civili. quando ero bambino, dai racconti di mia madre, avevo capito solo che era nero e che questo aveva a che fare col suo assassinio: erano le 18:01 del 4 aprile del 1968, martin luther king aveva appena 39 anni, e, mentre si affacciava al balcone della sua stanza al secondo piano di un hotel di memphis, una sola pallottola, sparata da un fucile di precisione, gli ha trapassato il cranio.

martin luther king aveva un sogno. un sogno semplice, quasi naturale. non saprei dire che tipo di sogno fosse.

forse il suo era solo un sogno giusto. tanto da meritare il silenzio.

bang

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in un articolo contenuto in la cultura del romanzo, e intitolato dall’oralità alla scrittura, l’antropologo jack goody, esperto di culture orali, scrive: la forma narrativa del caso clinico non si produce spontaneamente, ma viene sollecitata, e di conseguenza creata su misura: si tratta inoltre del prodotto di una società dotata di scrittura e di procedure connesse alla scrittura; essa rappresenta… un assemblaggio di frammenti montati in modo da creare una continuità narrativa che non si presenta mai (o molto di rado) al ricercatore. a noi sembra naturale fornire un compendio narrativo delle nostre vite per un curriculum o per esporlo a un analista, per un diario o un’autobiografia. ma siamo sicuri che sia così per le culture orali?… direi piuttosto che sono io, l’antropologo, lo psicologo, lo storico, a cercare di costruire storie di vita (o storie di altro tipo) a partir dai frammenti di conoscenza che incontro sul mio cammino, o dall’ardua lotta per far sì che l’informatore risponda alle mie domande, articolando dunque per me un discorso che non farebbe in nessun’altra occasione. le storie di tipo biografico non emergono spontaneamente, sono pesantemente costruite. la storia non si limita a riportare i “fatti”, ma fornisce loro una forma narrativa a partire da frammenti di esperienza che si presentano in modo molto differente.

***

“bene” dico alle tante maestre ed all’unico maschio “dato che non ci sono domande, avrei finito. ci vediamo la settimana prossima.”

to be continued

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wet not dry

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non c’è modo di vedere la strada: pioggia a fiotti, mista a grandine. la macchina ha scarso controllo e mi duole la testa, gli occhi ipnotizzati dal tergicristallo.

l’appuntamento è saltato da un pezzo. son le 19, perché rischiare?

meglio fermarsi. aspetto solo di essere in una zona dove radio e telefono abbiano copertura.

spengo il motore, tiro giù il sedile e ascolto il rombo della natura. la macchina è così malmessa che temo possa filtrarci dentro l’acqua che il cielo ci scaglia contro. vedo il mio respiro appannare il vetro, stratificandoci sopra vapore ed umidità. ma non sono veramente spaventato. intanto, a nicola farà bene prendere possesso, anche verbale, del progetto.

se riusciamo, ne verrà fuori un libro corredato da fotografie. forse una mostra. sicuramente una mostra, caro – mi direbbe nicola se sentisse questi miei pensieri. sarebbe il caso di mettere tutto in rete. ecco, questo può essere uno strumento per provare a raggiungere più persone e stabilire con loro un dialogo. potremmo costruire un sito, un blog, una pagina su flickr… e vedere e sentire gli umori. io, di sicuro, devo cambiare modo di scrivere. devo cercare un linguaggio meno raffinato e più aperto. non solo devo farmi capire, ma devo anche abbracciare le fotografie senza soffocarle e, soprattutto, contenere, nel mio, i linguaggi dei nostri intervistati. non tutti parlano un italiano forbito, ad esempio.

la pioggia continua, radiotre m’inonda di musica classica, il mio sigaro evapora nei cerchietti che non sono mai riuscito a fare e il mio cervello pensa a ritratta: obiettivi, stile e rischi. secondo me, il razzismo oggi non può essere scisso dal fenomeno migratorio. certo, la mobilità umana non lo spiega, ma ne costituisce alcune delle principali possibilità di esercizio. basta concentrarsi su un tg per capire ciò di cui sto parlando. ma se analizzare razzismo e migrazione è il nostro cammino, allora quel che ne caveremo, qualunque cosa sia, rientrerà, in qualche modo, nella letteratura e nei prodotti della scienza della migrazione.

questa mi riporta ad abdelmalek sayad, autore de la doppia assenza, e uno dei più grandi esperti di sempre in materia, essendo stato lui stesso un migrante. significativo ed ironico anche che questo lavoro sia stato composto postumo, a partire da una raccolta di articoli e appunti, da uno dei suoi migliori amici: pierre bourdieu.

sayad ammoniva sempre dal rischio di essere coinvolti nella logica normalizzante del committente di questa scienza: lo stato che, nell’affermazione di una propria forma di dominio, ancora legata ai valori ed alle retoriche dello stato-nazione, avrebbe da sempre orientato la scienza della migrazione.

da un lato, le considerazioni circa l’emigrazione e le ragioni che motivano lo spostamento e la mobilitazione di centinaia di migliaia di persone – i migranti, insomma – sarebbero visti sempre e solo dal punto di vista razzizzante di coloro che sono cittadini dello stato che accoglie.

dall’altro, questo punto di vista e questo orientare, avrebbero un doppio intento: classificare il migrante come estraneo e diverso, e spiarlo per sapere come meglio controllarlo, sfruttarlo e disfarsene celermente, se dovesse diventare superfluo o scomodo. di qui, chi aiuta queste persone, questi esseri umani, marchiati e macchiati, si trova in una posizione quantomeno scomoda: rischia di passare per sospetto e trafficante.

l’immagine di me e nicola come sospetti e trafficanti è quasi divertente.

la pioggia è diventata tollerabile. si son fatte le 21. il sigaro ha bruciato per metà e io rischio l’asfissia. non mi rimane che accendere il condizionatore per disappannare il parabrezza e ripartire.

se tutto va bene, sarò a casa prima di mezzanotte.

e invece non va bene nulla, porca puttana. il condizionatore non funziona. esce solo aria gelida! mi devo togliere un calzino, usarlo per asciugare il parabrezza, fare il resto del viaggio con un finestrino semiaperto nella pioggia, per evitare che si appanni di nuovo.

ora sì, penso, che sembro sospetto. sospetto e pronto per l’ospedale psichiatrico.

ci mancava pure il telefono.

chi sarà mai?

to be continued

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driving in the rain

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è mercoledì. piove. la mia ragazza deve prendere il treno per olbia ed essere ad arzachena entro le 16.30. ci svegliamo relativamente presto. il treno è alle 9.20.

insomma, oggi è il gran giorno. nicola ed io, alle 19, dobbiamo parlare alle maestre della scuola d’italiano per stranieri: lo stato maggiore si riunirà per concederci udienza.

nicola mi ha bombardato di chiamate, ieri. cosa diremo, come faremo, dove andremo.

è nervoso. vuole che parli io. che presenti io. che convinca io.

ma non c’è molto da dire. ancor meno da presentare. e direi che nulla e nessuno da convincere.

o ci si arriva da soli, a capire quanto è importante che questo progetto riesca in modo efficace, oppure meglio perdere subito eventuali fardelli. il progetto è giovane, e non può permettersi pesi, per ora. solo entusiasmo e iniezioni di vitalità.

dunque, si tratta di parlare e dialogare per crescere.

***

“come sarebbe che il treno è già partito??”

mai sentito di treni che partono in anticipo!

e ora che si fa?

ora si fa una seconda colazione. poi facciamo la spesa. e poi partiamo per olbia in macchina. dovrei essere di ritorno per le 19 se partiamo alle 11.

“sicuro? sono circa 600 km…”

“tranquilla”

carichiamo la spesa nel cofano e partiamo. alle 15 in punto siamo ad olbia. nicola mi chiama ogni 30 minuti per avere aggiornamenti.

“oh, mi raccomando” si preoccupa “riparti subito che se no, non arrivi in tempo”

“tranquillo”

“ma sei sicuro di arrivare in tempo?”

“sì” gli rispondo mentre azzanno un trancio di pizza “andando ad una media di 100 km/h in tre ore sono a cagliari. sono le 15, dunque sarò là per le 18 circa”

“ma poi devi cercare parcheggio, e tutto il resto”

“tranquillo, alle 19 sarò là”

***

l’orologio della ka segna le 18.55 e il telefono squilla da circa mezz’ora a intervalli sempre più stretti. evito di rispondere. sono impantanato nel peggior nubifragio della mia vita all’altezza di budoni. procedo a circa trenta km orari, coi fari sparati, le ruote (troppo lisce) che slittano e la cortina d’acqua che si apre con enorme difficoltà. qualche pazzo mi supera e scompare, così com’era apparso, nell’ignoto della 131 bis, ingoiato dal nero di cielo ed asfalto.

“pronto caro” mi fa nicola con la voce stridula e preoccupata “hai parcheggiato? stai arrivando?”

“non direi proprio”

“cioè?”

“sono a più di duecento km da cagliari. poi ti racconto. in bocca al lupo con le maestre.”

“ma..”

“te la caverai benissimo” dico e metto giù.

to be continued

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worries

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non saprei trovare una risposta, non una soddisfacente almeno, a quel che ci è successo oggi. sicuramente siamo stati incauti. forse anche un pò ingenui.

“perché ingenui?” mi chiede nicola, al quale non basta mai una sola risposta.

“beh” dico a lui per chiarire anche a me “ingenui nel senso che abbiamo dato per scontate molte cose. ad esempio, che bastasse venire qui con la nostra buona volontà per trovare disponibilità, mentre la nostra sola presenza distorce gli equilibri sui quali si reggono le dinamiche di questa scuola.”

allontanandoci, la rabbia nei confronti di carlotta, chiunque ella sia e quali che siano le ragioni profonde del suo comportamento, comincia a stemperarsi, lasciando spazio ad un’ampia gamma di riflessioni.

***

“parlo col dottor carlotti?”

“un attimo che sto parcheggiando” rispondo senza aver capito bene con chi sto parlando

“…”

“eccomi, chi parla?”

“buongiorno, sono anna maria carta, ho saputo che ieri avete avuto un incontro, come dire? non proprio sereno, con la mia collega. ma cosa è successo?”

racconto ad anna maria la mia versione, e lei, per fortuna, mi rassicura. il progetto andrà avanti.

***

“e cosa ti ha detto?”

“niente, che capisce l’incidente, e che è dispiaciuta. ma che non ci sono vere ragioni per non procedere con la collaborazione”

“dunque, per quando abbiamo appuntamento?”

“per mercoledì prossimo, di pomeriggio. vuole che esponiamo il progetto davanti a tutto il corpo docente.”

“bene, no?”


to be continued

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black skin

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tanti anni fa, appena iniziai gli studi universitari, paola tabet pubblicò un libro, la pelle giusta, nato da un’idea semplice e acuta. in poche parole, le era venuto in mente di indagare su come i bambini di elementari e medie avrebbero affrontato un tema di fantasia. invece di chiedere loro descrivi la tua famiglia, veniva chiesto: se i tuoi genitori fossero neri…

a parte tutte le altre considerazioni (ad esempio, solo pochi bambini si sono dimostrati in grado di pensare che, se i loro genitori fossero neri, anche loro lo sarebbero…), la ricerca, fra le righe, è un vero e proprio j’accuse nei confronti dei meccanismi (familiari, istituzionali e mediatici) con cui il razzismo viene instillato nelle menti dei neo-nati, fino a propagarsi e replicarsi nel corpo sociale. quell’indagine, insomma, ha il notevole pregio di denudare la macchina di questa retorica e di questo acritico consenso, mostrando gli effetti della sua efficacia e della sua pervasività.

dopo un’opportuna analisi teorica, paola tabet lascia la parola ad un campione scelto fra le migliaia di temi scritti, raccolti e analizzati.

se gli effetti sono quelli che emergono dal testo di quella ricerca, verrebbe da chiedersi di che cibo nutriamo la nostra mente. che parole lasciamo entrare nelle teste dei nostri figli? che scenari, che immaginazione permettiamo vengano loro confezionati?

in fondo, c’è una ragione se la tabet scelse come campione i bambini più piccoli: son quelli meno difesi e meno abili a mascherarsi e mascherare. come dire? in bimbo veritas…

i bambini, specie i più piccini, sono i più spietati, i più diretti. insomma, sono lo specchio meno distorto di quel che facciamo. ora, quel testo è stato pubblicato nel 1997, cosa sia accaduto in questi dodici lunghi anni, mi pare, è sotto gli occhi di tutti.

molti anni prima, quando andavo all’asilo, le mie cugine mi avevano convinto che i miei genitori mi avessero adottato, che non ero in realtà figlio di mia madre e mio padre, e che in verità io ero un bambino africano: un negretto! la mia pelle, molto scura, e i miei capelli, ricci e corvini, corroboravano inconfutabilmente le loro confidenze.

il loro racconto era così credibile, e loro me lo raccontarono così bene, che ho finito per crederci per anni. forse questa è la prima volta che ne parlo. per molto tempo, infatti, ho cercato foto di mia madre incinta di me (senza mai trovarne), o, in alternativa, i documenti dell’adozione.

***

“caro” mi dice nicola, mentre scendiamo le scale “ma, secondo te, dove abbiamo sbagliato?”

la conversazione con carlotta, in effetti, non è stata tanto proficua. ma non sempre dobbiamo farci carico dell’isteria altrui.

“non lo so” rispondo.

“perché in qualcosa dobbiamo aver sbagliato” insiste “se le cose sono andate così, non sei d’accordo?”

“non so neppure questo, ci devo pensare”

talvolta, non basta l’amore con cui noi facciamo le cose per suscitarne altrettanto.

to be continued

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how do you do

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“salve” dico spostando il mio sguardo sugli occhi della donna “stiamo cercando la presidentessa dell’associazione cosas, la signora anna maria carta. dobbiamo parlare con lei a proposito di un progetto di ricerca sul razzismo, lavoriamo per l’università di cagliari.”

“guardi che qui non si possono fare fotografie” risponde la donna ignorandomi e dirigendo le sue attenzioni sul macchinone che nicola porta appeso al collo.

“immagino” faccio per cavarlo dall’impiccio “che lei non sia l’anna maria con cui ho parlato per proporre una partecipazione al nostro progetto di ricerca.”

evidentemente questa donna, chiunque sia, non ha gradito che io abbia fatto il nome di anna maria carta, ed arguisco subito che, neppure in questo posto di apertura al prossimo, le cose procedano tanto lisce. capita, penso. meglio, dunque, cercare di circumnavigare lo scoglio. però il fatto mi tocca e mi sorprende: proprio qui, queste cose?

“io sono carlotta, ma tutti mi chiamano lotti” dice mentre si siede “di che progetto si tratta? la signora anna maria carta non ci ha detto nulla e oggi non sarà qui.”

nicola sta facendo la sua faccia da mmm annamo bene. bisogna cercare di arginare e proporre. certo i presupposti erano altri. al telefono e per mail avevo incontrato una strada spianata, piena di stimoli e disposizione allo scambio. prima ancora di parlare, sento già che oggi non sarà giornata, ma non posso non provarci.

“comunque trovo molto maleducato entrare in casa d’altri e fotografare senza permesso”

“come scusi?”

“sì, proprio quel che ho detto”

“ma scusi, signora” fa nicola che si è riscosso “le giuro che non ho scattato nulla, vede che l’obiettivo ha il tappo?”

“senta, carlotta” intervengo anche io “forse c’è stato un malinteso e siamo partiti col piede sbagliato. il nostro interesse è di collaborare con voi. stiamo cercando di sviluppare un progetto sui temi di migrazione, diversità e razzismo. abbiamo concentrato il nostro raggio d’azione su cagliari, in particolare sul quartiere della marina, e così siamo arrivati fin qui. quale posto migliore di una scuola che insegna gratuitamente l’italiano agli extracomunitari? al contrario di altri non vogliamo suscitare nessun senso di colpa, nessuna pena. piuttosto cerchiamo la magia. la dignità. il rispetto. forse siamo ingenui, ma cos’altro vale la pena?”

“certo, certo, bellezza ed amore… intanto però dovreste imparare un po’ di educazione.”

tutti la chiamano lotti. nomen omen.

to be continued

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Written by ritratta

Settembre 4, 2009 alle 10:31 am

connections; may we come in?

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j. l. amselle scrive: “è partendo dal postulato dell’esistenza di identità culturali distinte dette culture che si giunge alla concezione di un mondo postocoloniale o posteriore alla guerra fredda visto come entità ibrida. per sfuggire a questa idea di mescolanza per omogeneizzazione e ibridazione, occorre postulare, al contrario, che ogni società è meticciata e quindi che il meticciato è il prodotto di entità già mescolate, che rinviano all’infinito l’idea di una purezza originaria.”

è difficile che io ricordi qualcosa a memoria, ma ci sono delle frasi, dei passaggi che mi restano perché esprimono esattamente quello che penso anche io, solo detto meglio.

per la mia maestra e per mia madre, era un incubo farmi imparare a memoria le poesie, facevo sempre enormi variazioni sul tema e solo negli anni ho scoperto che esistono due tipi di memoria: a indirizzo e a contenuto. io sono quasi inesistente sulla prima, ma sono imbattibile sulla seconda. eppure, ci sono casi in cui quello che leggo, proprio perché sembra fuoriuscire da me stesso, mi rimane come scritto dietro gli occhi e, ogni tanto, me lo ritrovo. come l’orazion picciola: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza.

***

mentre rimugino dante ibridandolo con amselle, nicola, macchinone a tracolla, bussa alla porta della scuola. nessuna risposta, ma la porta è aperta e dentro si sente rumore.

“caro, che facciamo?”

“entriamo”

non siamo dei bruti sebbene la purezza originaria dev’essere rinviata all’infinito. mica male come immagine!

“è permesso?” chiedo avventurandomi nel polveroso corridoio di questo vecchio appartamento. il prete, don mario cugusi, lo affitta a quest’associazione, fatta quasi per intero di volontari e maestre, che sente il bisogno di integrare ed integrarsi.

mentre avanzo a marce ridotte, sono emozionato e molto contento di quest’occasione di incontro e confronto. al telefono e via mail, anna maria carta mi ha lasciato un’ottima scia di energia e motivazione.

“buongiorno”

“e voi chi siete?” ci rimanda secca una donna bionda dalla voce tagliente e il braccio ingessato.

to be continued

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some fieldwork problems

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secondo manuale, tra gli strumenti e le pratiche a disposizione, l’antropologo nel corso della ricerca sul campo dovrebbe svolgere un’osservazione partecipante.
a dar credito ai titoli riconosciutimi, sarei un antropologo, ma francamente ho seri problemi a capire come realizzare l’osservazione partecipante e come si possa delimitare un campo sul quale praticare la ricerca. dovrei dunque pensare che sono un pessimo antropologo.
secondo i dizionari l’osservazione partecipante è una “tecnica di ricerca antropologica inaugurata ufficialmente da malinowski (1922), fondata sulla presunta neutralità dell’osservatore partecipante. implica l’immersione nelle attività quotidiane della comunità da studiare, attraverso prolungati periodi di lavoro sul campo e la padronanza della lingua […] fondata sul concetto di empatia, mira a minimizzare il problema della reattività e l’effetto distorcente della partecipazione dell’antropologo, dissolvendo la presenza dell’osservatore fra gli osservati.”
o anche, per gli amanti dell’inglese a tutti i costi: “term used for the most basic technique of anthropological fieldwork, participation in everyday activities, working in the native language and observing events in their everyday context.”

 

perché mai dovrei dissolvermi fra gli osservati? sembra una tecnica da romanzo spionistico d’appendice!

e il campo? cosa mai è questo campo sul quale dovrei piazzare la mia tenda?

l’idea di fondo è di uno spazio chiuso e territorialmente perimetrabile. non a caso, fabian parla di orti culturali, per metterne in risalto l’assurdo. se il campo è il luogo dell’incontro, allora l’unico campo che riconosco è il linguaggio, che è ciò che ci permette di entrare o rimanere in contatto con noi stessi, con gli altri e con le intenzioni, recondite o meno, personali ma anche culturali.

certo, gli antropologi dovrebbero mettere in atto una loro peculiare forma di comunicazione, e parlare anche un loro specifico linguaggio. ma secondo me, sia la prima che il secondo, evitando tanto la chiusura elitaria quanto l’eccessiva semplificazione, dovrebbero dedicarsi all’inclusione ed all’apertura.

più che dissolvere la nostra presenza, forse dovremmo imparare a comunicare uno scambio e scambiare una comunicazione – densi, profondi, stratificati e ovviamente antropologicamente aperti a tutti, per quanto sempre parziali, perfettibili e soggettivamente costruiti.

quando abbiamo iniziato con ri-tratta, mi son interrogato una volta di più sull’osservazione partecipante e sul campo: il campo del razzismo comprende la storia degli ultimi secoli del nostro pianeta. per quel che concerne la pratica dell’osservazione partecipante, che avrei dovuto fare? viaggiare in container? fare la fila in questura fingendomi straniero?

la risposta che mi son dato è che queste sono domande malposte. il mio compito non era la descrizione della fruizione culturale o individuale del problema del razzismo e della discriminazione, ma suscitare un interesse antropologico relativo alle questioni trattate. un interesse vivo, e non uno imbalsamato.

insomma, una pruriginosa curiosità.

***

sono passati alcuni mesi dall’abbraccio con gabriella, perché alla fine un abbraccio c’è stato, e con nicola abbiamo deciso di orientare meglio il progetto. dopo esser stati tutto un giorno sotto la pioggia di carloforte, durante il rientro in macchina, abbiamo decretato una riduzione logistica del campo, con conseguente rimodulazione dell’oggetto di ricerca.

è per questo che siamo arrivati in questa scuola di italiano per stranieri, nel cuore di marina. è sempre per questo che ho preso contatto con anna maria carta e che ora stiamo salendo questi vecchi scalini.

tuttavia, il mio dubbio non mi abbandona: sono un buon antropologo?

 

to be continued

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tears in hell

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“ma tu, il razzismo, come lo racconteresti a tua figlia?” mentre formulo lentamente la domanda, nicola è inginocchiato che scatta: variando rapidamente esposizione, iso e priorità dei diaframmi, cerca di mettere in primo piano la poesia che scorre sul volto di gabriella, che si ferma e piange.

forse non avrei dovuto toccare questa corda. mi viene voglia di abbracciarla, ma mi pare un passo deontologicamente sconveniente. così, le faccio sentire la mia vicinanza col calore del mio sguardo.

nicola, invece, continua a scattare come nulla fosse. vorrei fermarlo, ma al limite ne parleremo dopo: davanti agli intervistati deve regnare l’armonia!

i due minuti successivi si allungano come da tempo non mi capitava, ma, alla fine, lei fa l’unica cosa che ci permette di uscire dal tunnel: una domanda. la sua voce ha recuperato chiarezza e colore.

“e tu, a tuo figlio, il razzismo come lo racconteresti?”

ho sempre pensato a quei libri tipo il corano spiegato a mia figlia, etc. ma non avevo mai pensato che qualcuno potesse farmi questa domanda. dunque mi sorprendo io stesso per le parole che fluiscono dalle mie labbra, perché è la prima volta che sento questo mio pensiero.

“io non ho figli” rispondo guardandola negli occhi “non ne ho anche perché non saprei come spiegare loro cose come il razzismo”

fino a questo momento, ho sempre pensato al tema dei figli in termini tanto astratti quanto generici: io, figlio di figli, di figli non voglio averne per scelta e protesta, dissi tempo fa. ma questa è davvero la prima volta che penetro la cifra di quelle parole. certo, magari il mio è un concetto banale, però è proprio così che lo sento. avere dei figli, secondo me, implica una enorme responsabilità, non solo educativa ma anche esplicativa: com’è possibile, mi chiedo, spiegare a dei figli delle cose che io stesso non riesco a spiegarmi?

“mmm” borbotto per riacciuffare i miei pensieri “e allora facciamo così… che immagine useresti per sintetizzare il razzismo?”

“un bambino” mi risponde di getto gabriella “un bambino nudo che piange e scappa”

e mentre lei lo dice, io penso ad un bambino che cerca di sfuggire l’ingresso dell’inferno.

to be continued

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